Il 23 maggio scorso  ACEA Acqua, il ramo servizi idrici della multiservizi romana attiva nella gestione e nello sviluppo di reti e servizi dell’acqua, dell’energia e dell’ambiente, avrebbe reso noto un rapporto dal titolo “Criticità dell’approvvigionamento idropotabile nei Comuni dell’Ato 2 – Situazione attuale e previsione per l’estate 2017”,  con il quale verrebbe posta in evidenza una riduzione della piovosità del 50% nelle ultime 2 stagioni autunno-invernali, rispetto alle precedenti e contemporaneamente un prevedibile aumento del consumo idrico nei mesi estivi dovuto all’innalzamento delle temperature atmosferiche registrate.

Le risultanze di detto rapporto sarebbero state trasmesse da ACEA ATO2, gestore del servizio idrico integrato di Roma e di altri 84 Comuni nell’ambito territoriale ottimale 2 (ATO 2) – Lazio centrale, ai Sindaci che sarebbero stati sollecitati ad emettere ordinanze sull’utilizzo della risorsa idrica, in base al livello  di emergenza. L’intera Provincia di Roma infatti sarebbe stata classificata in aree a diversa criticità di approvvigionamento idrico durante il periodo estivo,  con Livello 1 - “zona gialla”, dove sarebbero previsti abbassamenti di pressione durante le ore di maggior consumo e modeste carenze idriche e Livello 2 – “zona rossa”,  dove si verificherebbero carenze idriche accentuate con ricorso a turnazione giornaliera.

E' un quadro allarmante quello che il gestore dell'acqua ha prospettato ai Sindaci della Provincia di Roma e, in particolare, a quelli dei Castelli romani: meno acqua piovuta dal cielo, meno scorte, temperature ormai in stabile rialzo rispetto alle medie consolidate. In queste condizioni razionare il bene più prezioso appare inevitabile. Dunque oltre un milione di abitanti  rischia di restare senz'acqua per buona parte dell’estate. A far scattare l'allerta rossa la situazione in cui versano i quattro sistemi di fonte idrica che garantiscono l'approvvigionamento dell'acqua tra Roma e Provincia. Nell'area nord-est l'acquedotto Marcio, le sorgenti Peschiera e Capore e il lago di Bracciano. Qui Acea ha registrato una diminuzione media tra il 13 e il 25% rispetto al passato. Nell'area sud-est invece gli acquedotti Simbrivio e Doganella, dove la portata dell'acqua disponibile è diminuita del 20%, e quello di ex-Casmez le cui risorse idriche risultano invece contaminate da solventi e fluoro e devono necessariamente essere miscelate prima della distribuzione nei comuni. Un annoso problema che affligge anche i Castelli romani, dove invece a preoccupare sono i livelli di arsenico che superano i limiti imposta dalla legge.

In questa situazione drammatica diversi Sindaci, a cominciare dal primo cittadino di Ciampino,  hanno provveduto con solerzia ad emettere le Ordinanze “raccomandate” dal Gestore per un l’utilizzo della risorsa idrica. Fino ad oggi pochissimi hanno alzato la voce chiedendo al Gestore conto del mancato ammodernamento della rete idrica che ancora oggi, in alcuni Comuni a partire dalla Capitale, come spiegato stamattina nella pagina romana del quotidiano “La Repubblica”, porta a perdite addirittura superiori al 50% di quanto scorre nelle tubazioni. Reti vecchie e  più e più volte rattoppate, sulle quali ACEA ATO2 quindici anni fa all’atto di assunzione del Servizio idrico, si era impegnata ad intervenire con un piano d’investimenti, la cui copertura finanziaria è stata garantita interamente dalla tariffa, molto salata, pagata in questi anni dai cittadini-utenti.

Reti fatiscenti, ma anche sovraccariche perché costrette a servire un numero sempre crescente di abitazioni. In particolare nei Castelli Romani, dove la bulimia cementificatoria e l’espansione urbanistica incontrollata ha moltiplicato lottizzazioni e residenze spalmate tra la Capitale e i Comuni della prima fascia. Già 10 anni fa il complesso dei prelievi idrici dalle falde, costituivano il 45% dell’infiltrazione efficace media annua, con poco meno di 5 mila pozzi abusivi censiti. Lo denunciammo come amministratori ed esponenti politici dei Verdi pubblicamente, in uno studio dal titolo “Opzione Zero”, con il quale proponevamo a tutte le Amministrazioni Comunali l’assunzione di precise responsabilità per arrestare il consumo inarrestabile di suolo, risorse naturali e ambientali, biodiversità. Inutile dire che siamo stati ignorati, se non bollati come catastrofisti.

La stessa Giunta Regionale del Lazio, su proposta dell’Assessorato all’Ambiente e Cooperazione tra i Popoli, nel Giugno del 2009, in considerazione delle condizioni di estrema criticità del sistema idrogeologico dei Colli Albani, con Deliberazione n. 445 dispose provvedimenti di tutela dei laghi Albano e Nemi e degli acquiferi dei Colli Albani, con specifiche misure di salvaguardia per contrastare i preoccupanti effetti sulla quantità e qualità della risorsa idrica, che il regime dei prelievi stava determinando. A distanza di 8 anni sarebbe opportuno verificare quante di quelle misure siano state puntualmente osservate dalle diverse autorità competenti  nella gestione della risorsa idrica.

Oggi siamo alla resa dei conti.  L’allarme lanciato da scienziati ed esperti climatici dovrebbe condurre le istituzioni a tutti i livelli alla ricerca di una soluzione all’impronta antropica globale nel breve periodo, a cominciare dalle comunità locali, strada obbligata per salvare il futuro della vita sulla Terra. Peccato che la politica troppo spesso non sia in grado di esserne minimamente all’altezza.