Roma è l’unica Città Metropolitana, su scala italiana, a incorporare gran parte delle periferie e delle aree urbane più critiche ai confini di Roma Capitale. La dinamica di crescita espansiva della città, con l’espulsione negli ultimi venti anni di centinaia di migliaia di residenti dal centro storico verso la cintura dei Comuni di prima fascia, ha determinato un progressivo consumo/abuso di suolo e una bulimia edilizia senza precedenti. Il risultato sono periferie discriminanti dal punto di vista sociale, senza decoro, anonime, disordinate e abbandonate a se stesse. 

Ciampino rappresenta l’esempio evidente di questo processo degenerativo. Tra i comuni sopra i 20mila abitanti è il Comune che vanta il maggior consumo di suolo dell’intera area metropolitana, il 32,9%. Ciampino è anche il primo comune del Lazio per densità abitativa, con 2956 abitanti per kilometro quadrato. Il suo territorio è caratterizzato da una morfologia compatta e associando questa caratteristica alla densità molto alta, all’estensione territoriale limitata (13 kmq) e ai suoi confini in gran parte urbanizzati è da considerarsi, da un punto di vista dell’ecosistema, ormai saturo.

Questa crescita imponente del tessuto urbano non ha coinciso nel tempo con un analogo sviluppo dei servizi e degli spazi collettivi della città, che a fronte di uno standard minimo di legge pari a 18 mq ad abitante, non superano ancora oggi neanche i 6 mq. Un dato che al di là del valore numerico, dice di un livello di qualità del vivere e dell’abitare molto scarso, che negli ultimi anni è peggiorato sensibilmente.

Nell’ultimo decennio si fa un gran parlare di rigenerazione urbana, come approccio partecipato per dare alle città e ai tessuti urbani delle periferie degradate, non solo un aspetto nuovo e competitivo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma dando loro nuovo respiro dal punto di vista culturale, economico e sociale. Tutti parlano di rigenerazione urbana e di riuso, ma l’idea che bisogna riusare tutto è inadeguata. Anche in questo caso si è scivolati sullo stesso paradigma, alla bulimia edilizia si sta sostituendo la bulimia del riuso. Da qui non si esce. Da questo punto di vista la rigenerazione urbana dovrebbe andare ben oltre la semplice attività di demolizioni, ricostruzioni e rifunzionalizzazioni di parti del tessuto edilizio, i principi ispiratori dei vecchi Piani casa. 

La rigenerazione urbana è efficace se diventa strumento di conversione ecologica delle città e non si limita al riutilizzo e al riciclo dei “rottami” urbani. Pensare, progettare e promuovere la rigenerazione urbana richiede, innanzitutto, saper leggere i luoghi rispetto agli indicatori e ai parametri demografici, alla dimensione della popolazione e della sua densità. E se si leggono questi dati mai come in questo territorio rigenerare non può che significare riconquista degli spazi e dell’identità culturale di una comunità. Servono approcci radicalmente innovativi, politiche capaci di scommettere convintamente sulla cultura come fondamento per rigenerare la città. La potenza della cultura che demolisce i muri del degrado rigenerando il capitale sociale, per stabilire un nuovo legame tra i cittadini e territorio.

Questo può diventare la “Tenuta del Muro dei Francesi”, lo straordinario patrimonio storico, paesaggistico, archeologico e culturale che nel 2015 la Soprintendenza ha deciso di tutelare nella sua interezza, riaccorpando in sé tutti i vincoli puntuali presenti sull’area già esistenti e ampliandoli, in virtù delle singole valenze storiche, architettoniche, archeologiche dei beni culturali ivi presenti e sulla base delle interazioni e relazioni visive tra gli stessi. Un patrimonio che costituisce un capitale culturale di valore non solo per l’identità locale, ma per l’intera Città metropolitana di Roma Capitale. L’istituzione di un Parco Archeologico e Culturale rappresenterebbe la vera rigenerazione urbana per una volta non consegnata al mattone, ma alla cultura, alla storia, all’identità di un territorio.

In questa direzione si è espresso il Consiglio comunale lo scorso 23 novembre, quando ha espresso atto d’indirizzo per la partecipazione del Comune all’asta giudiziaria dei Casali della Marcandreola, in corso presso il Tribunale di Velletri e per l’esercizio del diritto di prelazione. In questo senso ci sarebbe stata anche una velata volontà espressa dall’Assessore Regionale all’Ambiente, che proprio nella casa comunale ha incontrato una rappresentanza delle associazioni e dei comitati che da anni si battono per strappare questi beni all’oblio. Impegno fino ad oggi rimasto purtroppo lettera morta.

L’acquisizione pubblica dell’intera area, in parte già di proprietà Comunale, rappresenterebbe un’azione strategica per favorire e promuovere la piena fruibilità di quel ricco patrimonio culturale storico, da porre in continuità con il vicino Parco Regionale dell’Appia Antica, ma anche la possibilità concreta di investire e promuovere in un’economia basata sul turismo di qualità, sulla cultura, sul paesaggio e su tutti i settori tradizionalmente a questi connessi. Una grande opportunità di riscatto, per chi crede che il vero motore del rinnovamento per questa città, sia il binomio tra cultura ed uso sostenibile del territorio e non la rendita fondiaria, che ha trascinato la storia di una Città giardino nella brutta periferia di una metropoli.