Il disastro del ponte Morandi crollato a Genova ha orientato il dibattito pubblico, fortemente inquinato dal tifo irrispettoso di curve politiche avversarie, intorno al tema della gestione delle autostrade e in generale dei settori strategici del Paese. Pubblico o privato, Stato o liberalizzazioni: questo dibattito viene da molto lontano, non è certo frutto delle idee confuse di questo o quel governo. Ma negli ultimi decenni il dibattito è stato arricchito e approfondito in seno all’universo di movimenti che si battono per il riconoscimento di una gestione “in comune” di quei beni che la Cassazione ha riconosciuto essere un terzo genere accanto a pubblico e privato: i Beni Comuni, appunto.

Essi comprendono tanto gli elementi indispensabili alla vita, come l’acqua, la terra o le sementi, quanto i beni d’interesse collettivo e i servizi pubblici essenziali, compresi i trasporti e la rete viaria. La lotta per i Beni Comuni denuncia il fondamentalismo del mercato che minaccia di distruggere territori, infrastrutture, risorse naturali e culturali, mette in discussione la logica perversa di un modello orientato a ingrossare le tasche di pochi a svantaggio dell’interesse di tutti, ma dimostra anche che è possibile cambiare le cose dal basso, dalla conoscenza delle persone, dal lavoro delle comunità e dalla gestione locale. 

Con la questione della privatizzazione, ad esempio delle risorse naturali e dell’uso dei suoli (che in Italia è intimamente legato alla cementificazione), ci abbiamo perso moltissimo. Per questo è importante estendere il dibattito sulla proprietà, nella logica di concepire il pubblico come ciò che non è acquistabile dagli interessi privati, o che la proprietà privata deve sempre sottostare all’interesse pubblico come valore fondamentale. Lo dice in termini chiari la nostra Costituzione, l’interesse generale sopra l’interesse particolare. C’è però un dibattito aperto sul rapporto tra pubblico e comune, poiché i Beni Comuni hanno dietro l’idea, appunto, di un gruppo di persone che, in qualche modo, compartecipano alla gestione e/o alla proprietà di un bene. Come si relaziona questo con il pubblico? Beni pubblici e comuni non sono la stessa cosa, perché dietro alla proprietà pubblica c’è lo Stato, nelle sue tante articolazioni. Per i Beni Comuni lo Stato è un garante. Ci sono beni comunitari che appartengono a gruppi specifici di persone, ma ci sono beni, come l’acqua, che non sono di nessuno ma sono di tutta l’umanità. Chi li protegge dagli interessi privati? Chi li tutela dall’infiltrazione del mercato, se non c’è uno Stato che agisce da garante? Questo fa parte del complesso dibattito attuale. 

Nella nostra storia nazionale, ad eccezione di alcune battaglie locali più specifiche sulla proprietà collettiva, spesso il bene pubblico e quello comune si assimilano. Il problema nasce quando si mercantilizza il pubblico. Lo Stato può di fatto definire quando un Bene Comune è pubblico o può essere mercificato, ma è proprio qui che entra in gioco la questione della profondità delle democrazie e il controllo da parte delle forze sociali per garantire che lo Stato sia condotto a beneficio della popolazione. In questa fase il sistema capitalista sta cercando di portare tutte le sfere della vita umana sul mercato, poco a poco, attraverso la mercificazione e la finanziarizzazione di natura, servizi, lavoro, alimenti. Il modello neoliberale cerca di attuare un processo nel quale i territori si riducono a “commodities” ai quali attribuire un prezzo, cercando di mettere gli stessi territori sotto controllo aziendale, ponendo come scusa la crisi economica o peggio ancora la crisi ambientale che lo stesso sistema ha prodotto. 

Ecco perché lo Stato serve, in questi casi, laddove un Bene Comune non può essere interamente protetto dalla comunità che ne beneficia, ma ha la necessità di essere tutelato e garantito dalle infiltrazioni peggiori, incontrollate e spesso monopolistiche, del mercato. Lo Stato, attraverso la politica, può scegliere se fare gli interessi del bene collettivo o della rendita privata. E’ il caso delle concessioni autostradali, ma anche di molte delle rendite fondiarie sui nostri territori, basti pensare a Ciampino, dove lo Stato nella sua articolazione di prossimità (il Comune) ha abdicato al suo ruolo di garante (Igdo, Casali della Marcandreola) o peggio si è fatto promotore della svendita di risorse (via Reverberi). 

Tornando al disastro di Genova, era già noto da anni il ruolo di Benetton in giro per il mondo nell’espropriazione violenta, spesso armata, dei Beni Comuni. Bastava chiedere alle comunità mapuche in Patagonia, da decenni in lotta contro la multinazionale che gestisce anche le nostre autostrade, la quale ha un impero latifondista in Argentina di oltre 90 mila ettari sul quale governa con mano da tiranno, e con l’aiuto di uno Stato che non fa l’interesse collettivo, contro le popolazioni locali al fine di produrre lana ed estrarre petrolio. Le mani di Benetton sono sporche, almeno moralmente, del sangue di Santiago Maldonato, attivista sociale ammazzato solo un anno fa per il suo ruolo nelle proteste contro l’espropriazione di terre mapuche da parte del colosso italiano. Abbiamo affidato le nostre autostrade a chi ha fatto della rendita economica violenta sui Beni Comuni il proprio modus operandi. 

E’ dunque vero che lo Stato può fare da garante nella tutela del “comune” dal mercato predatorio, ma è anche vero che spesso gli Stati fanno da garanti solo al grande interesse privato. La stessa nazionalizzazione di per sé non è affatto una garanzia di buona gestione nell’interesse collettivo. E’ sempre la politica, la profondità della democrazia e il tasso di impermeabilità rispetto ai poteri esterni, a determinare il successo di una gestione pubblica. Per questo è fondamentale dare un ruolo preponderante alla società civile organizzata, alle realtà territoriali; per questo sono importanti spazi di democrazia partecipata sempre più ampi. Se la revoca delle concessioni si tradurrà nell’ennesima gara e nella gestione di un altro magnate, si confermeranno le paure secondo cui l’interesse non è quello di un cambio di modello in senso più democratico e orizzontale, ma solo la ricerca di un colpevole, di una “mela marcia” da estirpare in un cesto di mele tutto sommato buone. Niente di più sbagliato: se il sistema resta lo stesso, ogni interesse privato che riceve un regalo dallo Stato, come scrive l’economista americano Joseph Stiglitz, per sua natura si trasformerà in ricerca della rendita. L’obiettivo del profitto sarà sempre superiore all’interesse generale, nessuno vigilerà, men che meno lo Stato.  

Già dalla scorsa legislatura sono state presentate al Parlamento italiano alcune proposte per la governance di società pubbliche, come le Autostrade, che vanno in direzione di una partecipazione vincolante di soggetti sociali collettivi che si occupano dei servizi in questione (cioè i cittadini) al fine di renderli compartecipi di ogni processo decisionale. Proposte che, purtroppo, resteranno lettera morta di fronte a una classe politica incapace di recepirne la portata. Eppure non c’è niente di irrealizzabile. Nei luoghi dove esistono forme evolute di bilancio partecipato, ad esempio, i cittadini, le aziende pubbliche e le Istituzioni condividono conoscenze e si responsabilizzano a vicenda, creando processi decisionali virtuosi su quali opere pubbliche realizzare e quali no; oppure mettono in atto meccanismi di controllo civico sullo stato di salute delle infrastrutture, ma anche sui lavori stessi: i cittadini sanno sempre chi sono le ditte, quali materiali stanno usando e in quali percentuali, se il progetto iniziale è rispettato nelle sue fasi ecc. 

“Abbiamo iniziato a sottoporre le opere e gli investimenti pubblici a un profondo dibattito. Non siamo ostaggio degli appaltatori, dei grandi gruppi economici che lavorano con le opere pubbliche. Al contrario, subordiniamo questi gruppi alla logica creata dalla popolazione. Questa è pianificazione ed è anche un altro modo di gestire la città”. Lo diceva in un’intervista Raul Pont, ex sindaco di Porto Alegre, nel 1996. 
Si chiama “urbanistica partecipata” e in questa stessa direzione andava una nostra proposta di delibera d’iniziativa popolare per dotare Ciampino di analoghi meccanismi decisionali e di controllo. Il miglior antidoto, forse l’unico, alla sregolatezza e all’asservimento dell’urbanistica all’interesse privato di turno. La proposta, che portava le firme di oltre centocinquanta cittadini, fu bocciata dall’ultima maggioranza consiliare di Ciampino: Prevalsero gli interessi particolari. Nella stessa direzione di allora va anche un’altra nostra proposta, per chiedere un Regolamento per la gestione condivisa dei Beni Comuni urbani, così come già esiste in tantissimi territori virtuosi in tutta Italia. Stiamo raccogliendo le firme in questi giorni e andremo avanti anche con questa petizione, perché crediamo nell’importanza delle forme di co-gestione, per usare un gioco di parole, tra “Comune e comune”, cioè tra l’Amministrazione pubblica e la partecipazione attiva dei cittadini nella gestione di beni e servizi. Crediamo che solo un combinato disposto tra buona politica - cioè un governo che sia portatore di reali interessi collettivi e non solo estensore di mal di pancia diffusi - e pratiche profonde di gestione/controllo da parte dei cittadini, possa portare il Paese a non crollare su sé stesso.