E’ ufficiale: con la prossima apertura di un nuovo punto ristorazione della catena Mc Donald’s a Frattocchie (svincolo Appia/Nettunense), noi ciampinesi saremo circondati! Scherzi a parte, due delle principali porte d’ingresso al nostro territorio comunale, prima l’uscita del GRA in viale Kennedy e ora l’Appia nuova, avranno come biglietto da visita due Mc Donald’s, pensati per gli automobilisti transitanti (soluzione Mc Drive) e per i cittadini locali annoiati e affamati.

E’ ovvio che Mc Donald’s persegua il suo obiettivo, e cioè gli affari, le vendite. E’ dunque vero che la multinazionale ha tutti gli interessi nell’intraprendere un piano di espansione in zone periferiche della metropoli, ormai estesa ben oltre il Raccordo, lungo le sue direttrici viarie e di pari passo con l’estensione dei distretti commerciali (Gregna Sant’Andrea o Frattocchie in questo caso).

E’ anche vero, però, che ognuna delle parti in gioco all’interno del territorio deve fare il suo lavoro, e che alla fine, in un sistema di giustizia democratica, siano gli interessi del bene comune e non quelli del singolo privato a prevalere. La domanda dunque è: quale ruolo dovrebbero avere la politica, le realtà associative, le sigle di settore, di fronte a casi simili? Innanzitutto, stiamo parlando del luogo geografico dove iniziano i Castelli romani - un’area che viene considerata distretto delle eccellenze agroalimentari -, un punto che connette il parco dell’Appia antica con quello dei Castelli. Il ristorante Mc Donald’s in via Appia sorgerà nel territorio comunale di Marino, in un’area commerciale caratterizzata dalla vendita al dettaglio di prodotti Dop e Doc (sopratutto porchetta di Ariccia, vino di Marino, ma anche la famosa Abbazia dei monaci trappisti di Fratocchie che vivono del commercio di beni alimentari autoprodotti). Stiamo parlando di una serie di filiere commerciali che rappresentano la spina dorsale dell’economia di un territorio. Non solo intere famiglie che vivono di queste attività, ma anche secoli di storia e cultura, impegno e denaro spesi per l’ottenimento dei riconoscimenti dell’origine protetta, maestranze artigianali uniche al mondo, garanzia di sapori eccezionali irriproducibili e addirittura, ma più raramente, l’impegno verso le nuove frontiere etiche della produzione biologica ed equo-solidale.

Dall’altra parte abbiamo la facilità di espansione di un brand conosciuto universalmente, che rappresenta il più grande impero multinazionale alimentare del pianeta. Fast-food, nel senso di veloce, saziante e nutriente quanto basta. La sua forza primaria è il sapore standard, uguale a sé stesso da Malibù a Cinecittà, il prezzo competitivo perché costruito su materie prime di qualità bassissima, scarti, coloranti, conservanti, oli idrogenati, benzoati, fosfato di sodio e alluminio…

Il lato della barricata dove devono stare coloro che amministrano, tutelano e proteggono il Bene Comune, dovrebbe essere chiaro. Non ha alcun senso mettere a rischio il futuro economico di interi distretti produttivi e commerciali locali, fondati sull’agroalimentare a filiera corta, per aprire l’ennesimo Mc Donald’s la cui presenza avrebbe un unico beneficio per i cittadini del territorio: fare meno strada in macchina per mangiare lo stesso Big Mac che mangeresti in uno dei tanti centri commerciali raggiungibili a dieci minuti di strada. Al contrario, se voglio bere un bicchiere di Bellone di Marino, mangiare una ciambella al mosto o un panino con porchetta di Ariccia e pane di Lariano, devo venire in questo territorio, scoprire la sua cultura, immergermi nei suoi odori, nei suoi paesaggi, nelle sue viuzze, tra i suoi casali e nei suoi vigneti. Tutti diversi tra loro, tutti unici al mondo.

La politica e le realtà cittadine possono fare qualcosa? Certo che sì. Come prima cosa è urgente diffondere una cultura alimentare, ambientale e socio-culturale che protegga i cittadini e la loro salute. Mangiare cibo-spazzatura comporta gli stessi rischi dell’inquinamento aereo che tanto critichiamo, del fumo o dell’arsenico nelle falde acquifere, tanto per fare pochi esempi. E’ necessario, oggi più che mai, tutelare e diffondere una cultura del mangiar sano, pulito ed equo. Mangiare alimenti prodotti nel pieno rispetto dell’ambiente, della salute e del salario dignitoso dei lavoratori, significa vivere più a lungo ma anche dar vita a un circolo virtuoso globale verso la piena sostenibilità. Queste cose, la politica che amministra il territorio le dovrebbe diffondere ed insegnare con atti pratici. A partire dal rilancio di quelle piccole economie che lavorano per un futuro alimentare sano ed equo anche nelle nostre città.

Ma c’è di più. Per quanto riguarda la catena Mc Donald’s, essa rappresenta quasi un simbolo della noncuranza alimentare elevata a marchio globale. Nonostante i ripetuti tentativi di restyling del marketing della catena, questa continua a rappresentare per molti un’icona del fallimento delle politiche alimentari e ambientali sostenibili, se non proprio un simbolo di sfruttamento delle risorse naturali, dei lavoratori e degli utenti (dal momento che la crisi spinge a spendere poco per mangiare sostanze pressoché dannose). Nel mondo non sono pochi i casi di restrizioni che, negli ultimi anni, alcuni governi hanno imposto a Mc Donald’s. Addirittura in Bolivia, senza che lo Stato imponesse divieti di alcun tipo, i programmi di educazione alimentare del governo sono stati così efficaci che Mc Donald’s nel 2011 ha dovuto chiudere i battenti in tutto il paese per mancanza di clienti. Un documentario sul caso spiega che “il rifiuto è nella mente di tutti i boliviani. Il fast food è letteralmente l’opposto della concezione che ha un boliviano nel preparare da mangiare”.

Arrivare a tanto anche da noi? Purtroppo è ancora tanta la strada da fare. Esistono però anche in Italia esempi virtuosi. Lo stesso comune di Milano ha iniziato una battaglia soft contro il cibo-spazzatura imponendo a tutti i nuovi punti ristoro (Mc Donald’s compresi) standard qualitativi elevati per il rilascio di autorizzazioni per aprire attività sul suolo comunale. Difficilmente, infatti, un fast-food del genere può riuscire ad esaudire tali standard richiesti, in questo modo il comune di Milano garantisce la tutela della salute dei cittadini e aiuta le piccole-medie imprese del territorio a prosperare diffondendo una cultura alimentare virtuosa. L’Italia ha tanti difetti, ma non possiamo non dirci un paese orgoglioso delle nostre tradizioni alimentari, tra le più sane e rispettose del mondo. Mc Donald’s non ha la vita facile nemmeno qui da noi. Alcuni anni fa un Mc Drive di Altamura ha dovuto chiudere a causa della concorrenza del vicino panettiere! Questa è la via maestra, questo dovrebbe fare la politica, e se non lo farà lei, lo faremo noi.

Se non è possibile chiedere ai Mc Dondald’s di stare alla larga da un distretto alimentare come quello dei Castelli romani, saremo noi cittadini a fare la nostra parte. Diffondendo una cultura dell’alimentazione sana, giusta, sostenibile, stagionale, rispettosa dei produttori e dei commercianti locali. Scegliendo sapori unici e sempre diversi, mai standardizzati. Difendendo il territorio e le sue attività economiche migliori, fornendo un’alternativa occupazionale basata su economie virtuose e dunque più competitive. Ponendoci il problema della devastazione del territorio e della schiavitù di intere popolazioni in giro per il mondo per garantire cibo in sovrabbondanza sulle nostre tavole. Combattendo la cultura dello spreco, del surplus alimentare che porta alle malattie e alla disuguaglianza globale. Rigettando i conservatorismi alimentari, dando spazio alla sperimentazione e alle contaminazioni, allo street-food di qualità (del quale i Castelli sono storici porta-bandiera). Accogliendo cibi lontani che sappiano raccontare storie, perché anche un hamburger può essere fatto con ingredienti sani e giusti! Dalla scelta dei prodotti sino alla tavola, siamo noi a dover fare il primo passo. E non ci sarà Mc Donald’s che tenga.