L’Italia, secondo i dati dell’istituto americano Pew Research, è il paese europeo che prova più intolleranza verso le minoranze rom e sinte, con l’85% degli intervistati che esprime un giudizio negativo sulle popolazioni romanì. Lo stesso sondaggio in questione, in realtà, è posto in maniera tale da segnare preconcettualmente un confine, una barriera tra noi e gli altri, tra l’uomo bianco e il rom, autoctoni da una parte e zingari dall’altra, un confine fittizio che si reitera nei discorsi mainstream anche da parte di chi non nutre particolari pregiudizi. Quindi, iniziamo con ordine: Nella realtà i rom sono accomunati tra loro da una cosa sola, la loro lingua. All’interno della comunità parlante i vari dialetti della lingua romanes, troviamo cittadini italiani (per lo più sinti e camminanti), cittadini stranieri (rumeni, macedoni, serbi ecc.) e apolidi (per lo più cittadini dell’ex Jugoslavia emigrati prima della disgregazione del loro paese e dunque non riconosciuti da nessuna nazione). 

E’ chiaro quindi che le recenti provocazioni del Ministro dell’Interno Matteo Salvini arrivano dopo anni e anni di discorsi inquinati da concetti fasulli, irreali, che vedono gli “zingari” come un’etnia circoscritta, proveniente da un’area omogenea, tutti sottostanti ad un’unica cultura e tutti avvezzi alla vita nomade o alla naturalezza del campo come modello sociale. Una marea di sciocchezze. Basterebbe vedere i numeri reali per accorgersi che l’80% dei rom in Italia vive in case normali, fa una vita normale, lavora o studia, sono nostri vicini di casa e colleghi di lavoro. Ma magari noi non lo sappiamo, perché sono proprio i rom spesso a nascondere la propria origine per non incorrere nell’odio, nel pregiudizio, o nel rischio di perdere il lavoro che, in Italia, è un pericolo concreto. 

Quando dunque Salvini parla di censimento dei rom, dovrebbe innanzitutto essere più chiaro. La maggior parte dei rom e sinti viene censita (ovviamente!) in quanto cittadini italiani. Se lui intende censire in secondo step queste persone in base alla loro origine o alla loro lingua, e cioè fare un censimento su base etnica di cittadini italiani, ciò sarebbe gravissimo. Un’azione illegale e sovversiva contraria ad ogni trattato internazionale e soprattutto alla nostra Costituzione. Se invece il Ministro intende proporre un censimento di chi vive nei campi, ferma restando l’illegalità di un censimento su base etnica in Italia, dovrebbe sapere che già esistono le informazioni che cerca e che tutti i Comuni d’Italia, le Prefetture e molte Associazioni sanno già quanti e chi sono i residenti di questi insediamenti, anche quelli informali. Il discorso piuttosto è: chi ha voluto questi campi?

I campi rom esistono solo in Italia, e sono proprio il frutto di quel pregiudizio che vuole i rom “nomadi” per natura e per cultura. Quindi, in sostanza, negli anni è successo questo: i migranti che parlavano la lingua romanes, in un modo o nell’altro, sono stati sistemati dentro questi campi contro la propria volontà, anche se la stragrande maggioranza di loro, nei paesi d’origine, viveva in case stanziali e non è mai stato nomade! Questo capolavoro di presunzione e di pregiudizio (per cui siamo incorsi in diverse sanzioni europee e in severe sentenze di tribunali italiani) è stato voluto proprio dai governi di cui la Lega ha fatto parte. E non solo, uno dei maggiori colpevoli fu proprio il Ministro Roberto Maroni (perché non ci dimentichiamo che in Italia abbiamo già avuto ministri leghisti, che hanno fatto danni irreparabili al nostro paese), il quale prese i soldi europei destinati alla chiusura dei campi… per costruire nuovi campi!

Quanto alla città di Roma, i campi rom sono stati voluti sia dal centrosinistra che dal centrodestra, anche se fu proprio l’amministrazione di Alemanno (alleato con la Lega all’epoca e ancora oggi) ad istituire i cosiddetti “villaggi della solidarietà”: nome beffardo con cui sono stati chiamati i nuovi campi-lager, giganteschi ghetti mono-etnici dove vivono gomito a gomito persone che nei loro paesi si facevano la guerra, tagliati fuori dai contesti urbani, dove le mafie hanno iniziato a prosperare creando insicurezza, degrado, soprusi, devastazione ambientale e sociale. La Lega ha creato l’emergenza ed ora ci si scaglia contro, un’operazione magistrale di ipocrisia e di mancanza di responsabilità.  

A questo si aggiunge la gravità assoluta della seconda parte della dichiarazione del Ministro, quando dice che i rom italiani “purtroppo ce li dobbiamo tenere”. Per un’affermazione del genere un qualsiasi ministro di un qualsiasi paese civile sarebbe costretto a dimettersi seduta stante. Siamo di fronte a una carica statale che divide italiani di serie A e italiani di serie B in base a una discriminazione arbitraria, nemmeno più etnica dal momento che molte famiglie sinte italiane vivono in Italia dal XIV secolo e non parlano più nemmeno romanes! Invece Salvini può permettersi di fare affermazioni di questo genere, e sta ancora seduto al suo posto.

Quindi oggi il Ministro propone di censire persone che noi abbiamo messo dentro i campi, che noi abbiamo escluso dal tessuto civile italiano, che noi abbiamo bollato come “zingari, nomadi, pericolosi, deviati”. Salvini ora vuole schedarli, ma per fare cosa? Con quale obiettivo politico e sociale? La risposta è solo una: Salvini cerca consenso per sé stesso, fomentando un odio etnico pericolosissimo già presente nelle viscere del nostro paese. E nel frattempo, mentre la Lega è accusata di una frode da 48 milioni di euro pubblici, mentre i clan mafiosi (anche di origine rom) portano valanghe di voti a Salvini nei territori più abbandonati dalla politica, gli italiani vengono distratti puntando il dito contro nuovi nemici sempre più deboli, sempre più distanti ma sempre più vicini. 
Viviamo in un periodo buio, ma non ci arrendiamo a chi vuole dividere l’Italia, ieri tra nord e sud, oggi tra poveri e più poveri. Non ci rassegniamo a queste politiche d’odio e malaffare, a questa cattiva informazione. Ci dovessero volere anni, spiegheremo con pazienza come stanno veramente le cose, affinché i discorsi dei potenti, dei responsabili e dei distruttori della Patria inclusiva, vengano smontati pezzo dopo pezzo.

 

 

Con l’approvazione all’unanimità in Consiglio regionale di una mozione che impegna la Regione Lazio ad istituire il Parco dei Casali e ad esercitare il diritto di prelazione (che renderebbe pubblica l’area anche se in parte già assegnata all’asta), si compie un passo avanti per il diritto del nostro territorio a usufruire del patrimonio, della terra, della storia e dei beni comuni che ci spettano. Si tratta di un passo importante, ma non ancora di quello decisivo. La strada da fare è tanta, i tempi sono stretti, e serve la partecipazione più ampia possibile dei cittadini e delle organizzazioni ad ogni livello, ora più che mai!

 

In Italia, in questi ultimi giorni, sono state respinte 629 persone, tra cui 123 minori non accompagnati, 15 feriti da ustioni chimiche, 11 bambini piccoli e 7 donne incinte: Sono stati respinti in nome della sovranità, in nome del patriottismo e della tutela degli interessi nazionali. Un gigantesco controsenso, se si pensa che una delle cose per cui andare più orgogliosi del nostro paese era proprio il soccorso in mare. Un controsenso che affonda le sue radici in un nazionalismo ottocentesco sballato e antistorico, che nulla ha a che fare con l’amor patrio e con le basi fondanti della nostra Repubblica: la sua Costituzione e la sua storia antica e recente.

Un concetto antichissimo, quello degli “usi civici”, che indica il diritto di una comunità territoriale a trarre utilità collettiva dalla terra e che ha permesso nei secoli la salvaguardia dei suoli dalla cementificazione e dalle privatizzazioni, trova oggi un’applicazione ultra-moderna grazie all’istituto giuridico dei “beni comuni”. Questi, invece, sono entrati ufficialmente nel diritto italiano solo nel 2011, all’indomani della bellissima vittoria del referendum per l’acqua pubblica, con una sentenza della Cassazione che definisce i beni comuni un terzo genere accanto ai beni privati e quelli pubblici.

A meno di un anno dalle prossime elezioni comunali, di fronte agli stravolgimenti politici che interessano tanto il Paese quanto le nostre comunità locali, a Ciampino restano allarmanti i problemi e le questioni irrisolte che riguardano la vita quotidiana di tutti i cittadini, le politiche sociali, l’ambiente, gli spazi pubblici, l’economia locale. 

Viviamo in un periodo segnato da una forte percezione ultra-securitaria, fomentata ad arte dalla politica e dai mass-media, che spesso si pone in contraddizione con i dati reali. Così, mentre i Salvini di tutta Italia fondano parte del proprio consenso sulla narrazione dell’emergenza perenne, che diventa paura del diverso, mentre il governo uscente si fa vanto di un decreto Minniti che ha come effetto la criminalizzazione delle povertà (vedi le multe a Genova per gli affamati che rovistano nella spazzatura!!), nel frattempo i numeri ci raccontano di una diminuzione costante di omicidi, furti e rapine del 20-25% dal 2014 ad oggi. Gli unici che aumentano sono i femminicidi dentro le mura domestiche, argomento che però non trova altrettanta risonanza nella narrazione politica di questi tempi. 

Abbiamo inaugurato queste festività invernali con un’iniziativa di fine anno al Parco della Folgarella, uno degli spazi urbani più abbandonati, uno dei quartieri ciampinesi maggiormente colpiti dalla congestione urbana, dall’inquinamento, dall’aggressione dell’edilizia privata e dalla conseguente esclusione sociale. Il nostro doposcuola popolare ha svolto, negli ultimi mesi, diversi laboratori ludico-educativi in questo ed altri spazi, che come cittadini sentiamo nostri e di cui vogliamo prenderci cura, ai quali hanno partecipato anche alcune delle famiglie e dei soggetti provenienti dai contesti abitativi più fragili del territorio, in particolar modo il campo rom della Barbuta, esclusi dal tessuto sociale urbano anche per colpa degli attori politici ai vari livelli, sordi e ciechi di fronte all’emarginazione almeno quanto lo sono di fronte alle sue cause strutturali.

Roma è l’unica Città Metropolitana, su scala italiana, a incorporare gran parte delle periferie e delle aree urbane più critiche ai confini di Roma Capitale. La dinamica di crescita espansiva della città, con l’espulsione negli ultimi venti anni di centinaia di migliaia di residenti dal centro storico verso la cintura dei Comuni di prima fascia, ha determinato un progressivo consumo/abuso di suolo e una bulimia edilizia senza precedenti. Il risultato sono periferie discriminanti dal punto di vista sociale, senza decoro, anonime, disordinate e abbandonate a se stesse. 

Spesso sentiamo dire ai nostri politici locali che il governo della città non è mica una cosa facile, che a urlare il proprio malcontento sono capaci tutti ma ben altra fatica è scontrarsi con le difficoltà degli enti locali, con il contesto circostante che non aiuta, con le regole dell’economia che legano le mani anche ai più volenterosi degli amministratori! Tutto vero, ma noi restiamo convinti che la volontà politica, con una buona dose di coraggio e di radicalità delle scelte quotidiane, possano aprire scenari di buon governo anche nei contesti più complicati. Basterebbe la volontà di ribellarsi alla consuetudine, di porre i processi decisionali in nuovi e dinamici percorsi di orizzontalità, usare le risorse per migliorare la vita di tutti i cittadini, chiudendo le porte alle servitù economiche della speculazione privata e dei monopoli. Quando parliamo di questi temi ci vengono in mente città governate da movimenti famosi in tutto il mondo, città ribelli, occidentali e inserite in contesti democratici di lunga tradizione: Barcellona, Madrid, Grenoble. Ma di fronte a questi esempi, i cinici sostenitori del “qui non cambierà mai nulla” potrebbero ancora storcere il naso perché, tutto sommato, è facile governare in maniera “alternativa” una città come Barcellona, ricca e protagonista di una secolare tradizione di democrazia dal basso… Ebbene, qui vogliamo parlare di un caso poco noto, di fronte al quale anche il più depresso dei rassegnati non potrà non ammettere che sono tutte scuse! E che, in fondo, il cambiamento è possibile ovunque.