Dopo un volo di due ore scarse gli occhi si fanno ripieni di sonno e del verde che divide, fra forme scoscese e lunghe pianure, la Grande Parigi dalle regioni del Nord e Pas de Calais.
Se di Turismo si tratta, nel mio caso particolare esso unisce due visite piuttosto tardive nella mia esistenza ormai quasi trentennale: da un lato la prima volta in terra francese, dall’altro la prima visita nei luoghi dove lavorarono poco più che ventenni i miei nonni, dove nacque mio padre e dove ancora vive una parte molto bella della mia famiglia.
Insomma una visita in terra francese da italiano ormai stabilmente impiantato in Germania, in quella che una volta era la Germania-Est.
Mentre il verde delle campagne francesi invade insieme al cielo plumbeo la mia vista su questa lunga strada l’immaginazione si fa agile nel richiamo ai racconti, alle mille memorie familiari di fatti ed episodi avvenuti fra la fine degli anni ’40 e la metà degli anni ’50 in quel contesto che sto andando a conoscere, così nuovo e familiare allo stesso tempo, teatro di narrazioni che hanno accompagnato tutta la mia infanzia, giovinezza e parte dell’età adulta.

Tutte le mattine il Console Marco Valerio Messalla Corvino amava farsi una nuotata nella piscina della sua villa di campagna. Una vasca circondata da sette statue raffiguranti i figli della mitologica Niobe - anche se da qualche giorno un'ottava sagoma umana, silenziosa e triste sul bordo della piscina, appariva agli occhi del Console impegnato nei suoi dorsi mattutini. La villa di Messalla era un continuo via-vai di scrittori e artisti di fama mondiale, che presso il Console trovavano riparo, tranquillità e finanziamenti. 
Marco Valerio sapeva che quella figura che da qualche giorno veniva a sedersi tra le statue dei Niobidi, mesta e un po’ inquietante, era il suo amico poeta Ovidio. 
Gli scrittori, gente strana! Ma quel giorno il Console, sentendosi osservato, prese la decisione di avvicinarsi a lui per capire cosa affliggesse l’amico letterato. 
Pensava tra sé: “Ma a me, chi me l’ha fatto fa’ de circondamme de scrittori paranoici pieni de turbe de angosce de ansie, ma nun era meglio fa’ i soldi con la guerra come fanno tutti? No, io dovevo fa’ er mecenate delle arti, er circolo de scrittori, me potevo fa’ i cazzi miei…”.

Il disastro del ponte Morandi crollato a Genova ha orientato il dibattito pubblico, fortemente inquinato dal tifo irrispettoso di curve politiche avversarie, intorno al tema della gestione delle autostrade e in generale dei settori strategici del Paese. Pubblico o privato, Stato o liberalizzazioni: questo dibattito viene da molto lontano, non è certo frutto delle idee confuse di questo o quel governo. Ma negli ultimi decenni il dibattito è stato arricchito e approfondito in seno all’universo di movimenti che si battono per il riconoscimento di una gestione “in comune” di quei beni che la Cassazione ha riconosciuto essere un terzo genere accanto a pubblico e privato: i Beni Comuni, appunto.

A differenza di quanto sostengono sia il campo etnico-sovranista che quello imperialista e neo-coloniale, l’Africa ha bisogno del mondo così come il mondo ha dannatamente bisogno dell’Africa. Non c’è nessuno scontro tra un noi e un loro, non c’è nessun piano di sostituzione e soprattutto non c’è nemmeno l’ombra di quella che si definisce un’invasione. Quello che invece ancora esiste, è una lunga e spietata lotta di interessi contrastanti tra sfruttati da una parte e sfruttatori dall’altra, tra colonizzati e colonizzatori, anche attraverso l’inasprimento delle frontiere, utile solo a perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo. 

Quindi siamo stati tutti (io di sicuro) raggirati dal grande "bluff" di Rolling Stone Italia. Certo in un momento storico come questo un "appello" al mondo mediatico da una rivista cosi di spicco fa gola, lo ammetto.
Volevamo strumentizzarlo per attirare gente sul tema e a quanto pare (come sempre se non si approfondisce la notizia) siamo stati strumentalizzati a nostra volta.
Noi "analfabeti funzionali" ci caschiamo sempre, siamo fatti così. Molti di noi cercano di fare propaganda nel nostro piccolo mondo ottuso con quello che troviamo in giro. Stupidi noi che ci affidiamo ancora a grandi giornali/rivistale nazionali e per informarci e informare. Un titolone e dei colori accattivanti su un tema specifico ci attirano sempre. Dovremmo approfondire l'argomento? Sicuramente. Dovremmo andare oltre il titolo? Ovvio.

L’Italia, secondo i dati dell’istituto americano Pew Research, è il paese europeo che prova più intolleranza verso le minoranze rom e sinte, con l’85% degli intervistati che esprime un giudizio negativo sulle popolazioni romanì. Lo stesso sondaggio in questione, in realtà, è posto in maniera tale da segnare preconcettualmente un confine, una barriera tra noi e gli altri, tra l’uomo bianco e il rom, autoctoni da una parte e zingari dall’altra, un confine fittizio che si reitera nei discorsi mainstream anche da parte di chi non nutre particolari pregiudizi. Quindi, iniziamo con ordine: Nella realtà i rom sono accomunati tra loro da una cosa sola, la loro lingua. All’interno della comunità parlante i vari dialetti della lingua romanes, troviamo cittadini italiani (per lo più sinti e camminanti), cittadini stranieri (rumeni, macedoni, serbi ecc.) e apolidi (per lo più cittadini dell’ex Jugoslavia emigrati prima della disgregazione del loro paese e dunque non riconosciuti da nessuna nazione). 

E’ chiaro quindi che le recenti provocazioni del Ministro dell’Interno Matteo Salvini arrivano dopo anni e anni di discorsi inquinati da concetti fasulli, irreali, che vedono gli “zingari” come un’etnia circoscritta, proveniente da un’area omogenea, tutti sottostanti ad un’unica cultura e tutti avvezzi alla vita nomade o alla naturalezza del campo come modello sociale. Una marea di sciocchezze. Basterebbe vedere i numeri reali per accorgersi che l’80% dei rom in Italia vive in case normali, fa una vita normale, lavora o studia, sono nostri vicini di casa e colleghi di lavoro. Ma magari noi non lo sappiamo, perché sono proprio i rom spesso a nascondere la propria origine per non incorrere nell’odio, nel pregiudizio, o nel rischio di perdere il lavoro che, in Italia, è un pericolo concreto. 

Quando dunque Salvini parla di censimento dei rom, dovrebbe innanzitutto essere più chiaro. La maggior parte dei rom e sinti viene censita (ovviamente!) in quanto cittadini italiani. Se lui intende censire in secondo step queste persone in base alla loro origine o alla loro lingua, e cioè fare un censimento su base etnica di cittadini italiani, ciò sarebbe gravissimo. Un’azione illegale e sovversiva contraria ad ogni trattato internazionale e soprattutto alla nostra Costituzione. Se invece il Ministro intende proporre un censimento di chi vive nei campi, ferma restando l’illegalità di un censimento su base etnica in Italia, dovrebbe sapere che già esistono le informazioni che cerca e che tutti i Comuni d’Italia, le Prefetture e molte Associazioni sanno già quanti e chi sono i residenti di questi insediamenti, anche quelli informali. Il discorso piuttosto è: chi ha voluto questi campi?

I campi rom esistono solo in Italia, e sono proprio il frutto di quel pregiudizio che vuole i rom “nomadi” per natura e per cultura. Quindi, in sostanza, negli anni è successo questo: i migranti che parlavano la lingua romanes, in un modo o nell’altro, sono stati sistemati dentro questi campi contro la propria volontà, anche se la stragrande maggioranza di loro, nei paesi d’origine, viveva in case stanziali e non è mai stato nomade! Questo capolavoro di presunzione e di pregiudizio (per cui siamo incorsi in diverse sanzioni europee e in severe sentenze di tribunali italiani) è stato voluto proprio dai governi di cui la Lega ha fatto parte. E non solo, uno dei maggiori colpevoli fu proprio il Ministro Roberto Maroni (perché non ci dimentichiamo che in Italia abbiamo già avuto ministri leghisti, che hanno fatto danni irreparabili al nostro paese), il quale prese i soldi europei destinati alla chiusura dei campi… per costruire nuovi campi!

Quanto alla città di Roma, i campi rom sono stati voluti sia dal centrosinistra che dal centrodestra, anche se fu proprio l’amministrazione di Alemanno (alleato con la Lega all’epoca e ancora oggi) ad istituire i cosiddetti “villaggi della solidarietà”: nome beffardo con cui sono stati chiamati i nuovi campi-lager, giganteschi ghetti mono-etnici dove vivono gomito a gomito persone che nei loro paesi si facevano la guerra, tagliati fuori dai contesti urbani, dove le mafie hanno iniziato a prosperare creando insicurezza, degrado, soprusi, devastazione ambientale e sociale. La Lega ha creato l’emergenza ed ora ci si scaglia contro, un’operazione magistrale di ipocrisia e di mancanza di responsabilità.  

A questo si aggiunge la gravità assoluta della seconda parte della dichiarazione del Ministro, quando dice che i rom italiani “purtroppo ce li dobbiamo tenere”. Per un’affermazione del genere un qualsiasi ministro di un qualsiasi paese civile sarebbe costretto a dimettersi seduta stante. Siamo di fronte a una carica statale che divide italiani di serie A e italiani di serie B in base a una discriminazione arbitraria, nemmeno più etnica dal momento che molte famiglie sinte italiane vivono in Italia dal XIV secolo e non parlano più nemmeno romanes! Invece Salvini può permettersi di fare affermazioni di questo genere, e sta ancora seduto al suo posto.

Quindi oggi il Ministro propone di censire persone che noi abbiamo messo dentro i campi, che noi abbiamo escluso dal tessuto civile italiano, che noi abbiamo bollato come “zingari, nomadi, pericolosi, deviati”. Salvini ora vuole schedarli, ma per fare cosa? Con quale obiettivo politico e sociale? La risposta è solo una: Salvini cerca consenso per sé stesso, fomentando un odio etnico pericolosissimo già presente nelle viscere del nostro paese. E nel frattempo, mentre la Lega è accusata di una frode da 48 milioni di euro pubblici, mentre i clan mafiosi (anche di origine rom) portano valanghe di voti a Salvini nei territori più abbandonati dalla politica, gli italiani vengono distratti puntando il dito contro nuovi nemici sempre più deboli, sempre più distanti ma sempre più vicini. 
Viviamo in un periodo buio, ma non ci arrendiamo a chi vuole dividere l’Italia, ieri tra nord e sud, oggi tra poveri e più poveri. Non ci rassegniamo a queste politiche d’odio e malaffare, a questa cattiva informazione. Ci dovessero volere anni, spiegheremo con pazienza come stanno veramente le cose, affinché i discorsi dei potenti, dei responsabili e dei distruttori della Patria inclusiva, vengano smontati pezzo dopo pezzo.

 

 

Con l’approvazione all’unanimità in Consiglio regionale di una mozione che impegna la Regione Lazio ad istituire il Parco dei Casali e ad esercitare il diritto di prelazione (che renderebbe pubblica l’area anche se in parte già assegnata all’asta), si compie un passo avanti per il diritto del nostro territorio a usufruire del patrimonio, della terra, della storia e dei beni comuni che ci spettano. Si tratta di un passo importante, ma non ancora di quello decisivo. La strada da fare è tanta, i tempi sono stretti, e serve la partecipazione più ampia possibile dei cittadini e delle organizzazioni ad ogni livello, ora più che mai!

 

In Italia, in questi ultimi giorni, sono state respinte 629 persone, tra cui 123 minori non accompagnati, 15 feriti da ustioni chimiche, 11 bambini piccoli e 7 donne incinte: Sono stati respinti in nome della sovranità, in nome del patriottismo e della tutela degli interessi nazionali. Un gigantesco controsenso, se si pensa che una delle cose per cui andare più orgogliosi del nostro paese era proprio il soccorso in mare. Un controsenso che affonda le sue radici in un nazionalismo ottocentesco sballato e antistorico, che nulla ha a che fare con l’amor patrio e con le basi fondanti della nostra Repubblica: la sua Costituzione e la sua storia antica e recente.

Un concetto antichissimo, quello degli “usi civici”, che indica il diritto di una comunità territoriale a trarre utilità collettiva dalla terra e che ha permesso nei secoli la salvaguardia dei suoli dalla cementificazione e dalle privatizzazioni, trova oggi un’applicazione ultra-moderna grazie all’istituto giuridico dei “beni comuni”. Questi, invece, sono entrati ufficialmente nel diritto italiano solo nel 2011, all’indomani della bellissima vittoria del referendum per l’acqua pubblica, con una sentenza della Cassazione che definisce i beni comuni un terzo genere accanto ai beni privati e quelli pubblici.