Tutte le mattine il Console Marco Valerio Messalla Corvino amava farsi una nuotata nella piscina della sua villa di campagna. Una vasca circondata da sette statue raffiguranti i figli della mitologica Niobe - anche se da qualche giorno un'ottava sagoma umana, silenziosa e triste sul bordo della piscina, appariva agli occhi del Console impegnato nei suoi dorsi mattutini. La villa di Messalla era un continuo via-vai di scrittori e artisti di fama mondiale, che presso il Console trovavano riparo, tranquillità e finanziamenti. 
Marco Valerio sapeva che quella figura che da qualche giorno veniva a sedersi tra le statue dei Niobidi, mesta e un po’ inquietante, era il suo amico poeta Ovidio. 
Gli scrittori, gente strana! Ma quel giorno il Console, sentendosi osservato, prese la decisione di avvicinarsi a lui per capire cosa affliggesse l’amico letterato. 
Pensava tra sé: “Ma a me, chi me l’ha fatto fa’ de circondamme de scrittori paranoici pieni de turbe de angosce de ansie, ma nun era meglio fa’ i soldi con la guerra come fanno tutti? No, io dovevo fa’ er mecenate delle arti, er circolo de scrittori, me potevo fa’ i cazzi miei…”.

A gran bracciate s’avvicinò all’illustrissimo poeta, seduto sul bordo della vasca assorto in chissà quali eterni pensieri.
“Ovì, mammamia, che c’hai mo? Me pari n’anima in pena, e sù! Che t’è successo?” 
“Dottor Messalla, non si faccia cruccio per me, io sono solo un umile poeta imbrigliato nei suoi mali di vivere”.
“Questo l’avevo capito. Ma nun so’ dottore, Ovì, quante volte te lo devo dire, sono Console! Stamo ner primo secolo, dottore nun vor dì un cazzo”. 
“Mi perdoni sua eccellenza, è che m’affliggo e perdo la ragione. Guardavo queste statue, queste bellissime rappresentazioni del mito di Niobe, e volevo farne parte di un’opera immortale. Avevo in mente tutta una cosa sulle metamorfosi, tutte teogonie, miti ellenistici, teorie platoniane... Una cosa grossa, detto tra noi, da farci un gran successo. Ma poi, ho perso l’ispirazione”.
“Da farci un gran successo, nel senso che ce famo er botto?”
“E’ chiaro Senatò, ce famo er botto”.
“Console! No Senatore. Vabbè senti Ovì, se tu adesso mi spieghi perché hai perso l’ispirazione magari rimediamo. Se è un fatto de donne, lo sai, Messalla tuo è uno che se n’intende, modestamente, un paio de consigli fatti bene e aggiustiamo tutto. D’altra parte te chiamano Publio Ovidio Nasone, e si sa, chi de naso abbonda...”.
“Ma no, Principe illustrissimo, non è quello”.
“Aridaje”.
“Il fatto è che mercoledì scorso, in un viaggio per affari personali, mi sono fermato a farmi predire il futuro dalla Sibilla Cumana”.
“Ah, annamo bene, pure tu? Ma ragazzi miei, ve l’ho detto mille volte, la Sibilla Cumana nun s’affida a dati scientifici certi, so’ tutte fake news, è roba da illetterati funzionali. Mi stupisco de un omo de cultura come te!”
“Lo so, ma la Sibilla m’ha messo ansia lo stesso. Ha detto che io resterò nell’immortalità delle grandi lettere, fondamento della cultura europea e mondiale...”
“E mbè, mi pare buono, no?”
“Sì sì, ma già come cosa di per sé mette ansia. La cultura europea e mondiale? Che è tutta sta pressione addosso?” 
“Quindi è questo er problema? Ansia da prestazione…”
“Non solo. Ha anche parlato della fine che farà tutto questo posto. Queste bellissime statue, tutta la villa e i giardini circostanti, il fiume sacro, tutto questo verrà perso per sempre”.
“Ma Ovì, è normale, prima o poi tutto finisce. Di noi resteranno rovine immortali”.
“Tutto finisce, ma le rovine non sono immortali manco per niente! Se la mia letteratura rimarrà nella storia, ai posteri di questo luogo non importerà nulla perché, come dice la Sibilla, a loro interesserà solo il sesterzio, la grana, capisce?”
“Anche a noi interessa la grana, che male c’è?”
“Ma lei, onorevole Messalla patrono delle arti, ottiene la grana per mezzo della diffusione della bellezza eterna. Queste persone invece cercheranno sesterzi annientando tutto quello che troveranno qui. Le sette statue che ornano questa piscina, le porteranno via”.
“Via da qui? E dove?”
“Prima a Tivoli e poi al Quirinale”. 
“Ar Quirinale? Ma sti zozzoni, come se permettono? Io ho fatto tanto pe’ costruì sta villa lontano dai politici brutti rozzi cafoni e quelli me portano le statue mie ar Quirinale?”
“E non è finita qua. La nuova élite romana che verrà, quando si festeggerà il mio duemillesimo compleanno, pretenderà di fare negotium vendendo queste terre intorno all’Urbe, sventrando i fiumi e le campagne, costruendo città enormi come non abbiamo mai visto e dove la gente vivrà senza verde, senza bellezza, senza buone regole urbanistiche. I contadini scapperanno via o si trasformeranno in schiavi dentro enormi botteghe urbane al servizio di principi che non avranno alcun interesse per la storia e per la terra...”.
“Oh, Ovì, fermate, ma saranno tutti così stronzi fra dumila anni?”
“Tutti no, ma chi comanderà sarà stronzo assai”.
“Ho capito, ho colto il problema. De rimedio ce n’è uno solo, Ovidio mio, tu devi affrettarti a scrive sta benedetta opera sulle metamorfosi! Tira fuori tutto il genio che c’hai dentro quella capoccia, partorisci la più grande opera di sempre, daremo ai posteri un motivo in più per opporsi a questi scempi di cui parli”.
“Non capisco dove vuole arrivare”.
“Che c’è da capì? Ci sarà qualcuno che s’opporrà alla svendita de terre e patrimonio, no? Qualcuno che dopo dumila anni capirà l’importanza de quello che facciamo noi qui, la vita rurale, l’arte, l’identità der territorio, la terra come fonte de sostentamento e come spazio comune della civitas, della res publica, la cosa di tutti…”.
“Sì, qualcuno forse ci sarà”.
 “E allora noi a questa gente der futuro gli dobbiamo dare più tracce possibili del nostro pensiero e della nostra lotta. Io vengo da una stirpe de condottieri repubblicani, ho fatto politica tutta la vita e ho saputo rinunciare a cariche importanti per le mie idee, ho combattuto contro i faraoni tolemaici... vuoi che mi spaventano i futuri faraoni der duemila? Quelli che, come dici tu, vorranno fare affari avvelenando le terre e impoverendo i popoli? Nossignore, io li combatterò pure da morto, ma tu me devi dà una mano amico mio”.
“E come? I futuri faraoni avranno mezzi così potenti che noi, uomini di una Roma in decadenza, non possiamo nemmeno immaginare! Non ci sarà nessuna guerra civile come ai tempi della nostra gioventù. Tra duemila anni, in queste zone, sarà tutta una lunga e sproporzionata lotta per la difesa dei diritti e del territorio, Iuris e Territorium, parole latine che noi gli lasciamo in eredità… Ma la Sibilla dice che non cambierà mai niente”.
“Aaah co’ sta cazzo de Sibilla! Senti, hai detto bene tu: le parole. Se i faraoni del futuro avranno mezzi potenti, noi da lontano dobbiamo fornire ai posteri mezzi altrettanto potenti. Questa villa, la tua opera immortale, ma soprattutto: l’esempio”.
“L’esempio?”
“Eh sì Ovì, l’esempio. Se i posteri sapranno che sei stato qui a frignare senza fare niente, che figura ce famo? Alza il culo da lì, vai a fare il tuo dovere di civis romanus! Forza, che i versi non si scrivono da soli!”
“Servirà davvero?”
“Non lo so amico mio, ma se stiamo qui a chiederci se servirà, avremo solo il doppio dei rimorsi se le cose andranno male”.
“E quando avrò finito di scrivere?”
“Troveremo altri strumenti di lotta, e poi altri e altri ancora. Ma per prima cosa, appena hai finito la tua opera, andiamo a bere”.
“A bere?”
“A bere, sì, perché? Mica me chiamano Messalla Corvino così per gioco...”.