P. è un ragazzo nigeriano di 19 anni. E’ venuto in Italia perché dalle sue parti non c’è più prospettiva di lavoro, prospettiva di vita, perché la sua città è ormai in mano alla criminalità internazionale, la corruzione si è mangiata l’economia locale, gli attentati dei gruppi islamisti hanno paralizzato gli investimenti e la vita sociale, culturale, commerciale. Eppure, per avere diritto all’asilo P. doveva passare l’esame di un’apposita commissione per il riconoscimento della protezione internazionale. La commissione lo ha bocciato perché P. non parla quasi per niente l’italiano, requisito fondamentale, poiché nessuna delle istituzioni competenti si è preoccupata di farglielo imparare, a Ciampino, dove P. risiedeva fino a pochi mesi fa, nello SPRAR presso l’ex ostello di via Melvin Jones.

Ma P. ha anche tanti amici a Ciampino, dentro e fuori il centro di accoglienza. Roberto, socio fondatore di Officine Civiche, è uno di questi. Lo ha praticamente adottato come un figlio, cercando in ogni modo di farlo andare a scuola di italiano per salvare il salvabile. Ma non è bastato. P. ora lo chiama daddy e anche se Roberto non parla una parola di inglese, si capiscono. Anche quando P. gli spiega di avere paura, di stare male, di odiare la sua vita, perché lui l’Italia non la vuole lasciare. 

Stessa cosa per quanto riguarda J., nato in un villaggio nell’interno del Gambia. Figlio di una guida politico-religiosa locale e vicino ad un oppositore del regime del dittatore Yahya Jammeh. Della sua vicenda si stanno occupando i compagni di Città in Comune, i quali ci hanno raccontato di come J. sia dovuto fuggire in fretta dal suo paese, braccato della polizia su accuse costruite ad arte, di come abbia attraversato il Sahara dal Marocco alla Libia e, soprattutto, degli abusi subiti nelle prigioni libiche. Lo abbiamo conosciuto nell’organizzare la partita di calcio con i ragazzi dell’ostello, “Un calcio al razzismo”, a giugno scorso.
Un ragazzo sveglio, entusiasta della vita, un lavoratore e sportivo nato, che però non riesce neanche a lavorare a causa delle lesioni riportate a seguito delle prepotenze dei militari. Eppure, ciò nonostante, J. sta riscontrando i soliti problemi ad ottenere lo status di “rifugiato”, anche perché il governo italiano, dopo una serie di accordi bilaterali stipulati dal ministro Alfano proprio per controllare il flusso migratorio dall’Africa occidentale, non considera il Gambia un paese a rischio. In barba alle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo autoritario di Jammeh.   
Quando J. è andato via da Ciampino, insieme agli altri ragazzi, per essere spostato in attesa dei lavori di manutenzione necessari a dare il via al nuovo progetto di accoglienza del Comune, ci ha abbracciato e ci ha promesso che sarebbe tornato. Lui a noi. Perché evidentemente, a guardare le nostre facce malinconiche e il suo perenne sorriso, quelli in ansia eravamo noi.

La vicenda dell’ostello, da quel momento in poi, è andata avanti e in maniera non sempre lineare.
Le cooperative che gestivano lo SPRAR prima, satelliti orbitanti nell’universo della cosiddetta “mafia capitale”, non avevano tutte le risorse necessarie per gestire l’accoglienza come prevede la legge: poi si è scoperto perché. Dal canto suo la politica ciampinese, cioè di fatto le due amministrazioni che si sono succedute, ha tecnicamente ignorato il problema, relegando i rifugiati africani lontano dagli occhi dell’opinione pubblica fino allo scoppio dell’emergenza, manifestata con l’operazione della Prefettura che ha dato atto a un’ordinanza europea sull’accoglienza integrata nei territori. Ad oggi, dopo tutto questo susseguirsi di inefficenze e superficialità, il nuovo progetto del Comune sembrerebbe un primo barlume di speranza per dare una nuova linfa vitale, comunitaria, condivisa, solidale, aperta, al centro di accoglienza.
Tralasciamo per un attimo le nostre perplessità riguardo le modalità dell’affidamento senza un bando di gara, bensì direttamente nelle mani della municipalizzata ASP e della Croce Rossa, enti sui quali spetterà anche ai cittadini vigilare attentamente affinché tutto sia gestito nel modo più trasparente e indipendente possibile. Tralasciando questo, dicevamo, è possibile che ASP e Croce Rossa potranno fare un ottimo lavoro con i ragazzi che verranno a stare nell’ostello, ma quasi certamente la maggior parte di quelli che già c’erano perderanno a breve il diritto a stare in un centro come questo, perché perderanno i ricorsi presentati per ottenere lo status di protezione internazionale e saranno, nel migliore dei casi, buttati in mezzo a una strada come irregolari. Clandestini.

Eppure, ragazzi come P. e J. e come tutti gli altri, sono persone in carne e ossa, hanno nomi e cognomi, speranze, e tutte le difficoltà nel trovare un lavoro con regolare contratto per un permesso di soggiorno in piena regola. Con ogni probabilità, una elevata percentuale di questi 80 ragazzi africani non potranno più stare nel centro d’accoglienza, ma molti resteranno a Ciampino (per svariati motivi, dal lavoro alle relazioni umane) incidendo sul territorio come tutti, con le loro esigenze, il loro valore aggiunto, ma anche le problematiche relative alla micro-criminalità che potrebbe fare di loro un facile oggetto, nonché in balia di fette di opinione politica ostile.
Queste persone non saranno più nel campo d’intervento da parte del progetto di accoglienza, non rientreranno nelle competenze di ASP e Croce Rossa, ma spetterà ai cittadini e alle realtà territoriali che se ne sono sempre occupate, il compito di prendere in carico le loro singole situazioni. Seguire le loro vicende, dar loro una speranza di normalità, accompagnarli nei percorsi  verso la legalità.

Come Officine Civiche ci teniamo a far presente, dunque, che se noi associazioni ci spendiamo tanto per conoscere a fondo modalità e procedure, fare domande e critiche costruttive, esprimere opinioni amministrative che vanno oltre il ruolo di semplici coadiuvanti, o di meri ratificatori, nel già deciso progetto d’accoglienza del Comune, è perché nei processi di solidarietà con i migranti a Ciampino ci siamo già dentro da tempo. L’impegno ce l’abbiamo messo sempre e abbiamo toccato con mano i ritardi, le negligenze, perfino le ostilità di gran parte della politica locale. Ci scuserete, allora, se siamo spesso petulanti negli incontri col Sindaco o con la Giunta in merito, se vogliamo vederci chiaro e se siamo perfino delusi delle modalità con cui sono state prese le decisioni. Modalità che hanno eluso le promesse di partecipazione duratura che ci erano state fatte, al punto che le realtà associative si sono trovate a dover prendere atto di decisioni già prese dall’Amministrazione senza il minimo coinvolgimento.

Siamo pronti a collaborare, qualora serva, e diamo la massima disponibilità ai professionisti della Croce Rossa che, ci auguriamo, sapranno svolgere un buon lavoro nel centro d’accoglienza, come fin’ora non è stato, fornendo la giusta assistenza legale, socio-sanitaria, linguistica e psicologica ai migranti. Ma noi saremo impegnati a lavorare su più fronti, come sempre: dentro e fuori l’ostello. Affinché tutto il tessuto delle migrazioni sul territorio venga trattato nel suo complesso con umanità e pari dignità. Perché questo fanno le realtà civiche del territorio, questo è il nostro ruolo, che prevede anche una ferrea vigilanza sui processi e sulle modalità esecutive portate avanti dalle istituzioni nell’ambito dell’accoglienza integrata. 

Sulla vita e la dignità di queste persone non siamo disposti a fare un solo passo indietro.