Trovo questa scritta su un muro per strada, passeggiando una sera. Lì per lì la leggo con in mente con la melodia di “Lella”, la canzone di Edoardo De Angelis da cui è tratta, poi sento un gelo dentro.
Al di là dell’incongruenza del chiedere di mantenere un segreto e scriverlo con una bomboletta sulla parete di un parcheggio, lo (spero) ignaro autore della “dedica” sa come continua la canzone?

“Ao' tu nun ce crederai io nun ciò più visto/ l'ho presa ar collo e nun me so' fermato/ che quann'è annata a tera senza fiato... ner cielo/ da 'no squarcio er sole è uscito/ e io la sotterravo co' 'ste mano/ attento a nun sporcamme sur vestito./ Me ne so' annato senza guarda' 'ndietro/ nun ciò rimorsi e mo' ce torno pure/ ma nun ce penso a chi ce sta la' sotto... no/ io ce ritorno solo a guarda' er mare... si/ solo a guarda' er mare ce ritorno”

Con l’amaro realismo del dialetto romano, “Lella” parla di un omicidio. Quello che i giornali chiamerebbero omicidio passionale o femminicidio, come se fosse un’attenuante o una categoria a parte. Parla di una violenza sulla violenza, quella della codardia e della freddezza dell’omicida che nasconde il corpo e fa finta di niente e quella delle voci maligne del quartiere che, invece di preoccuparsi per la sorte di una donna, si convincono “ch'era annata via/ Co' uno co' più sordi der marito...”.
La vicenda di “Lella” non è un pittoresco affresco della veracità del passato: ogni anno migliaia (molte di più di quelle che salgono all’onore della cronaca) di donne in Italia subiscono forme di violenza fisica e psicologica: stupri, percosse, omicidi, minacce, stalking, ritorsioni sui figli, mobbing, per mano di mariti, compagni, familiari, conoscenti, colleghi o perfetti sconosciuti.

Ciò che aggiunge rabbia al dolore della violenza è il ruolo che spesso l’opinione pubblica ha nell’inquadrare la figura femminile: nonostante in Italia il delitto d’onore e il matrimonio riparatore siano stati eliminati nel 1981, si sente ancora troppo spesso mormorare sotto voce un “se l’è cercata” alla donna percossa perché ha tradito il marito o ad una ragazza stuprata perché indossava vestiti succinti, si legge ancora su qualche giornale che un uomo “è stato sopraffatto dal dolore della separazione” e ha ucciso la ex-compagna.

Nelle palestre vengono offerti corsi alle donne per difendersi da eventuali aggressori, alle ragazze si consiglia di uscire coperte, non andare in giro sole la sera e a controllare sempre il proprio bicchiere in discoteca, ma nelle scuole i corsi di educazione all’affettività e alla sessualità sono inesistenti o vengono bloccati dal timore di turbare i minori, per strada l’insulto predominante contro le donne è sempre e solo quello a sfondo sessuale, mentre per gli uomini si fa riferimento –per procura- alle madri e alle sorelle.
In un clima di emancipazione femminile solo superficiale (e in buona parte per scopi consumistici), la violenza contro le donne passa troppo spesso sotto silenzio, zittita dalla vergogna, dall’idea che il ruolo della donna sia ancora quello di silenziosa e casta martire del focolare, dal pensiero di non voler turbare il quieto vivere della famiglia, dalle minacce, dalla difficoltà che ha ancora la giustizia italiana nel punire efficacemente i colpevoli e proteggere le vittime dalle ritorsioni.

Per tutto questo, e per il fatto che nel resto del mondo essere donna può voler dire anche matrimoni combinati in età infantile, mutilazioni genitali, stupri non denunciabili, tratta per la prostituzione, infanticidio alla nascita, oltre alla privazione dell’accesso all’istruzione, dell’indipendenza socioeconomica e della più elementare tutela dei propri diritti, oggi insieme a “Officine Civiche” scendo in campo in sostegno alla giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Con le nostre associate, le nostre madri, sorelle, figlie, compagne, amiche, vogliamo metterci la faccia per lasciare un messaggio contro la violenza di genere, contro la sua giustificazione e contro la paura di denunciarla: un appello sì silenzioso, ma che speriamo possa contribuire a rompere il muro dell’abitudine, dell’ipocrisia, della vergogna, della solitudine. E magari, prima di dedicare “Lella” a qualcuno, le nuove generazioni ci penseranno su un paio di volte.

“E te lo vojo di' e lo devi fa sape'/ Devi dillo a tutti, non tiettelo pe te!”