Stando al racconto dei mass-media tradizionali italiani, ciò che sta succedendo nell’ultimo mese in Francia, può essere riassunto come una massiccia rivolta studentesca e sindacale contro il “Jobs Act francese”, condita di saltuari scontri tra polizia e incappucciati. In realtà il movimento esploso in Francia il 31 marzo di quest anno (che si chiama #NuitDebout come il termine originale francese che noi traduciamo in “Notte Bianca”, ma anche la “notte in piedi” fisica e morale di un popolo in rivolta) è qualcosa di un tantino più complesso. 

Che la Loi Travail del premier Valls e della ministra El Khomry abbia svariati punti in comune con la riforma del mercato del lavoro del Governo Renzi, è fuori dubbio. Tuttavia, il tema del futuro occupazionale dei giovani e delle classi meno abbienti, in Francia, è diventato il perno intorno al quale si è sviluppata una protesta più ampia, come è giusto che sia per un movimento come questo. In breve tempo la #NuitDebout si è andata profilando come un movimento plurale di critica allo stato attuale della società capitalista, con le parole d’ordine dell’anti-austerity, contro il neoliberismo, per la democrazia partecipata e diretta, per la completa uguaglianza di genere, per un nuovo approccio ambientale ed energetico, un nuovo modello di accoglienza solidale per i migranti: Lo scoppio in ritardo in terra francese, e con caratteristiche aggiornate ai tempi, del movimento globale Occupy. 
Con una differenza, che trae origine dal sostrato di coscienza politica e sindacale della Francia: la lotta non è la vaga somma di singoli cittadini arrabbiati, come raccontavano di essere gli #OccupyWallStreet, perché a Parigi si uniscono tra loro esperienze di lotta collettive e strutturate in anni e anni di attivismo sul campo. Più simili in questo agli Indignados spagnoli. La parola d’ordine è “Convergere le lotte”, una prospettiva che nella #NuitDebout non rimane solo uno slogan. 

Se leggiamo un giornale francese o guardiamo una tv locale, ci accorgiamo che il racconto della protesta è leggermente diverso da quello che arriva qui da noi. Questo, molto semplicemente, perché i media francesi operano nel Paese direttamente interessato e sono quindi propensi ad andare a cercare le fonti più comode (se non le più credibili). E in questo caso hanno a disposizione una miniera d’oro. Il movimento infatti ha seguito l’evoluzione mediatico-comunicativa delle rivolte del XXI secolo, iniziata con le Primavere Arabe nel 2011, poi Occupy Wall Street, Gezi Park, gli Indignados e tutti i sommovimenti di popolo in giro per il mondo nei primi tre lustri del nuovo millennio. Internet e i social media diventano la fonte primaria del news-making, le notizie di ciò che arriva dalla piazza nascono e viaggiano in un sistema di rete, totalmente open-source, collettivo e istantaneo. Una manna per i giornalisti ma soprattutto un modo per raccontare la protesta direttamente alle persone, senza i filtri del giornalismo classico, senza cioè quello che in gergo si chiama “gatekeeping”.

La #NuitDebout gestisce una web tv e una radio direttamente da Place de la Republique, dove ogni sera alle 18.00 in punto si incontrano parigini di ogni età e gruppo etnico per discutere in assemblee plenarie o tematiche, allestire workshop, progettare la protesta. Sotto una tenda allestita artigianalmente c’è uno studio televisivo in piena regola, da dove si trasmettono i servizi e le dirette per Debout Tv. In un altro spazio all’aperto si discute e si suona per Radio Debout. Il portale web funge da contenitore e da connettore costante tra tutte le piazze di Francia (e non solo), con un sito messo a disposizione dai cyber-attivsti per essere replicato e ri-utilizzato da chiunque ne abbia voglia o necessità. C’è una piattaforma wiki dove sono consultabili le sezioni tematiche in cui si sta organizzando il movimento. Ovviamente esiste una pagina Facebook, un canale YouTube, un profilo Twitter e uno Instagram. Da solo l’hashtag #NuitDebout può servire per una copertura giornalistica dei fatti completa e continuativa, salvo il tempo necessario per l’opportuna verifica delle fonti.

Ma se la Primavera Araba e Occupy erano le rivoluzioni dei 140 caratteri di Twitter, la #NuitDebout è la rivolta dei live-video. Le nuove frontiere dei social media (in realtà si tratta solo di strumenti aggiuntivi) permettono una sempre maggiore disponibilità di opzioni per condividere in diretta una esperienza filmata tramite un semplice telefono cellulare. Così la rivolta francese, in pieno 2016, non poteva non cogliere le opportunità della diretta live che impazza sulle piattaforme social. E’ il caso del giovane Remi Buisine, 25 anni, social media manager parigino che ha deciso di sua spontanea iniziativa di seguire tramite Periscope (una app di social live-streaming prodotta da Twitter) tutte le tappe più salienti, gli eventi più grandi e più “notiziabili” della #NuitDebout. In poco tempo il suo profilo è arrivato a contare circa 30 mila follower e le sue dirette raggiungono anche 100 mila visitatori simultanei! E’ diventato la principale fonte dei giornalisti francesi per guardare gli eventi dal lato della piazza, in totale contemporaneità con i fatti. 

Per gli attivisti del movimento raccontare in modo indipendente la revolte è fondamentale. Il metodo di totale trasparenza e democraticità impone alla #NuitDebout un uso puntiglioso e costante della rete, sia come modello organizzativo nella piazza, sia come insieme di mezzi gestionali e comunicativi dalla piazza, per non perire nella lotta impari contro chi dispone dei mezzi di comunicazione di massa. 
Ma Internet e la comunicazione in generale non sono il movimento. La #NuitDebout in questo è figlia della grande innovazione politica portata dal movimento Indignado qualche anno fa. In piazza avviene la magia, sulla rete la si racconta in modo democratico e totalmente aperto.  A Place de la Republique si discute (con rispetto dei tempi e senza mai urlare, è la regola), si fa sport, si costruiscono mobili, si cucina per tutti, si coltivano orti nelle aiuole pubbliche, si disegna con i bambini, si fanno corsi di francese per stranieri, ma soprattutto ci si organizza e si coordinano le lotte. Non c’è un rigetto pregiudiziale verso i partiti o i sindacati (d’altra parte tutto è nato dalle imponenti manifestazioni della CGT), ma ognuno evita per tacito accordo di esibire vessilli e bandiere. C’è tanto rispetto per tutte le sensibilità politiche. 

D’altra parte è la convergenza la parola chiave del movimento. Lotta per il lavoro, per il salario, per la casa, lotta femminista, ambientalista, contro la cementificazione, lotta agli sprechi alimentari, anti-specismo, anti-razzismo, la dignità delle banlieue, la solidarietà attiva. Ogni lotta si contamina, converge e si innesta sull’altra, dando vita fisicamente a commissioni assembleari dove si prendono decisioni e si stilano documenti unitari.  
Ogni sera alle 18.00 in punto i parigini invadono pacificamente la piazza. Ogni sera organizzano il prossimo passo, la prossima battaglia (non sempre e non per forza pacifica, gli scontri con la polizia ci sono e lo Stato non lesina le maniere forti). Il concetto di tempo è una delle cose che meglio spiegano il senso di questa strana rivolta così tipicamente francese: c’è un’antropologia precisa che permea la #NuitDebout. Il paragone con la Comune di Parigi del 1871 è lampante e non casuale. Ma anche la tradizione rivoluzionaria del 1789 non è assente nel sentimento iconografico, semiotico e comunicativo. I giorni della #NuitDebout si contano a partire dal giorno della grande manifestazione contro la Loi Travail, il 31 marzo, e quindi proprio il mese di marzo “non finisce mai”. Ogni giorno che passa è un nuovo giorno del marzo della rivolta, così il 10 aprile diventa il 41 mars, il 30 aprile sarà il 60 mars ecc. La riscrittura rivoluzionaria del calendario è un’eredità ostentata della Rivoluzione Francese, che scorre fiera nel retaggio culturale dei giovani parigini ancora oggi.  

Dove va la #NuitDebout? Verso quali prospettive si muove la convergenza delle lotte dei francesi? Sicuramente la strategia è quella di elaborare collettivamente una tappa alla volta. Il 7-8 maggio, a Parigi, c’è stata una grande iniziativa che ha visto la partecipazione di rappresentanti di vari movimenti d’Europa, dagli attivisti di Idomeni al movimento europeo contro il Ttip. E poi c’è l’incognita 15 maggio, giorno scelto dalla #NuitDebout per il suo valore simbolico che ne sancisce definitivamente la connessione ideale con gli Indignados (che nascevano il 15 maggio 2011 e infatti si chiamarono movimento 15-M): Il 15 maggio prossimo dovrebbero infatti tenersi manifestazioni contemporanee in diverse città europee, per le dignità del lavoro di tutti, contro gli effetti di una finanza incontrollata, per l’uguaglianza e la distribuzione equa delle risorse, contro la devastazione del pianeta. A Roma l’appuntamento è per le ore 15.00 a piazza del Pantheon. Ma l’esito della “Global debout” sarà da stilare nella sua riuscita complessiva, almeno in tutta Europa. 

Una cosa è certa: all’appello mancava la Francia che, pur con estremo ritardo, ha saputo esprimere un movimento sociale in grado di adattarsi ai tempi più efficacemente di tante altre esperienze. All’appello mancava la Francia, ma anche l’Italia. Erano gli unici due grandi paesi europei a non aver avuto un movimento di protesta dal basso nel periodo successivo al 2011, a non aver risposto collettivamente ai danni provocati dalla crisi, dal neoliberismo e dall’austerity. L’Italia è stata impantanata in un discorso populista tutto elettorale perché tutto incentrato a denunciare gli sprechi e le nefandezze della classe politica (e quindi solo di una parte del problema), al contrario ad esempio della Spagna dove il termine casta è stato usato da Podemos, la formazione politica figlia del 15-M, per indicare tutto quell’insieme di banchieri, mega-imprenditori, lobbisti, finanzieri, manager e politici, che avevano la maggior parte delle colpe nella crisi economica del 2009. In Italia, al contrario, i pochi moti d’indignazione diffusa furono presto imbrigliati da un prodotto aziendale trasformatosi in soggetto politico, il Movimento 5 Stelle, che ha contribuito a orientare le indignazioni popolari lontano dalla protesta attiva. 
Uno degli ideologhi del movimento Indignado di Barcellona, il politologo Joan Subirats, è chiarissimo a riguardo. In una recente intervista per la Stampa spiega: "Il M5S si è evoluto come forza top-down, guidata dall'alto, oltretutto da un'azienda. Io credo che il futuro sia bottom-link, creare link orizzontali dal basso". 

In Francia però mancava perfino questo. Il biennio 2011-12 produsse Hollande, la rivincita della “nuova” socialdemocrazia, oggi fonte di delusione in Francia come altrove. Eppure la Francia presto iniziò a vivere nuovi moti della collettività, embrioni di protesta nelle banlieue, ma anche tentativi di assemblearismo e nuovo senso della comunità, anche e sopratutto a partire dagli attentati di novembre e dalla risposta di piazza che ne scaturì. L’escalation del terrorismo da una parte e la rivalsa della soluzione xenofoba lepenista dall’altra, hanno probabilmente fatto il resto. Unitamente a una storia recente da noi poco nota, fatta di anni di battaglie sindacali anche molto tese, di esperienze collettive sui territori in rivolta, come gli esperimenti quasi zapatisti delle ZAD (dove agricoltori locali e attivisti occupano zone boschive interessate alla costruzione di opere dannose e vi impiantano veri e propri villaggi autogestiti). Insomma, la Francia tutto sommato, era pronta. 

Oggi il quadro è delineato e qualunque sarà il futuro del movimento #NuitDebout, produrrà senza dubbio effetti duraturi su tutta la società francese. Non sappiamo se #NuitDebout riuscirà nell’intento che in piazza si mormora - a metà tra il sogno e la tentazione - e cioè quello di scrivere la prima Costituzione della storia elaborata direttamente dal popolo, con contributi dalla piazza e dalla rete, attraverso commissioni tematiche e lavoro assembleare. Non sappiamo se si verificherà la “soluzione spagnola”, con la nascita di un nuovo soggetto politico che erediterà il programma del movimento, o se davvero la #NuitDebout avrà un ruolo più costituente e fedele alla sua natura trasversale e collettiva. Staremo a vedere. Come al solito osserviamo, dall’Italia, non senza una punta d’invidia, nell’attesa e senza rinunciare all’impegno di convergere le lotte europee e globali, in maniera intelligente e moderna, senza paura del futuro.