Promuovere la divulgazione storica, artistica, socio-antropologica, economica e ambientale del territorio, anche attraverso approfondimenti e iniziative su contesti, fatti e personaggi legati al territorio;


Sul decreto sicurezza bis c'è un dato giuridico e un dato politico. Il primo è rappresentato dall'ombra di incostituzionalità del decreto, come osservato da quasi tutti gli esperti di diritto costituzionale, poiché il decreto violerebbe, soprattutto nei primi due articoli, le norme della Costituzione che parlano espressamente di solidarietà e di adeguamento alle leggi internazionali per quanto concerne lo status dei cittadini stranieri, leggi che a sua volta il dl sicurezza bis sembra ignorare. 

E’ on-line la mappa collaborativa dei Beni Comuni e della Rete territoriale di Ciampino, presentata da Officine Civiche e realizzata nella sua fase iniziale da un gruppo di attivisti, ma aperta al contributo di chiunque abbia voglia di costruire con noi questo strumento partecipativo. Scopo principale è la mappatura dei cosiddetti “Commons” urbani, dei servizi sociali e culturali pubblici e/o cooperativi, dei movimenti cittadini, il mutualismo e le reti civiche, delle reti di consumo alternativo, e di tutti i Beni Comuni materiali o immateriali presenti sul nostro territorio comunale. 

L’Italia, secondo i dati dell’istituto americano Pew Research, è il paese europeo che prova più intolleranza verso le minoranze rom e sinte, con l’85% degli intervistati che esprime un giudizio negativo sulle popolazioni romanì. Lo stesso sondaggio in questione, in realtà, è posto in maniera tale da segnare preconcettualmente un confine, una barriera tra noi e gli altri, tra l’uomo bianco e il rom, autoctoni da una parte e zingari dall’altra, un confine fittizio che si reitera nei discorsi mainstream anche da parte di chi non nutre particolari pregiudizi. Quindi, iniziamo con ordine: Nella realtà i rom sono accomunati tra loro da una cosa sola, la loro lingua. All’interno della comunità parlante i vari dialetti della lingua romanes, troviamo cittadini italiani (per lo più sinti e camminanti), cittadini stranieri (rumeni, macedoni, serbi ecc.) e apolidi (per lo più cittadini dell’ex Jugoslavia emigrati prima della disgregazione del loro paese e dunque non riconosciuti da nessuna nazione). 

E’ chiaro quindi che le recenti provocazioni del Ministro dell’Interno Matteo Salvini arrivano dopo anni e anni di discorsi inquinati da concetti fasulli, irreali, che vedono gli “zingari” come un’etnia circoscritta, proveniente da un’area omogenea, tutti sottostanti ad un’unica cultura e tutti avvezzi alla vita nomade o alla naturalezza del campo come modello sociale. Una marea di sciocchezze. Basterebbe vedere i numeri reali per accorgersi che l’80% dei rom in Italia vive in case normali, fa una vita normale, lavora o studia, sono nostri vicini di casa e colleghi di lavoro. Ma magari noi non lo sappiamo, perché sono proprio i rom spesso a nascondere la propria origine per non incorrere nell’odio, nel pregiudizio, o nel rischio di perdere il lavoro che, in Italia, è un pericolo concreto. 

Quando dunque Salvini parla di censimento dei rom, dovrebbe innanzitutto essere più chiaro. La maggior parte dei rom e sinti viene censita (ovviamente!) in quanto cittadini italiani. Se lui intende censire in secondo step queste persone in base alla loro origine o alla loro lingua, e cioè fare un censimento su base etnica di cittadini italiani, ciò sarebbe gravissimo. Un’azione illegale e sovversiva contraria ad ogni trattato internazionale e soprattutto alla nostra Costituzione. Se invece il Ministro intende proporre un censimento di chi vive nei campi, ferma restando l’illegalità di un censimento su base etnica in Italia, dovrebbe sapere che già esistono le informazioni che cerca e che tutti i Comuni d’Italia, le Prefetture e molte Associazioni sanno già quanti e chi sono i residenti di questi insediamenti, anche quelli informali. Il discorso piuttosto è: chi ha voluto questi campi?

I campi rom esistono solo in Italia, e sono proprio il frutto di quel pregiudizio che vuole i rom “nomadi” per natura e per cultura. Quindi, in sostanza, negli anni è successo questo: i migranti che parlavano la lingua romanes, in un modo o nell’altro, sono stati sistemati dentro questi campi contro la propria volontà, anche se la stragrande maggioranza di loro, nei paesi d’origine, viveva in case stanziali e non è mai stato nomade! Questo capolavoro di presunzione e di pregiudizio (per cui siamo incorsi in diverse sanzioni europee e in severe sentenze di tribunali italiani) è stato voluto proprio dai governi di cui la Lega ha fatto parte. E non solo, uno dei maggiori colpevoli fu proprio il Ministro Roberto Maroni (perché non ci dimentichiamo che in Italia abbiamo già avuto ministri leghisti, che hanno fatto danni irreparabili al nostro paese), il quale prese i soldi europei destinati alla chiusura dei campi… per costruire nuovi campi!

Quanto alla città di Roma, i campi rom sono stati voluti sia dal centrosinistra che dal centrodestra, anche se fu proprio l’amministrazione di Alemanno (alleato con la Lega all’epoca e ancora oggi) ad istituire i cosiddetti “villaggi della solidarietà”: nome beffardo con cui sono stati chiamati i nuovi campi-lager, giganteschi ghetti mono-etnici dove vivono gomito a gomito persone che nei loro paesi si facevano la guerra, tagliati fuori dai contesti urbani, dove le mafie hanno iniziato a prosperare creando insicurezza, degrado, soprusi, devastazione ambientale e sociale. La Lega ha creato l’emergenza ed ora ci si scaglia contro, un’operazione magistrale di ipocrisia e di mancanza di responsabilità.  

A questo si aggiunge la gravità assoluta della seconda parte della dichiarazione del Ministro, quando dice che i rom italiani “purtroppo ce li dobbiamo tenere”. Per un’affermazione del genere un qualsiasi ministro di un qualsiasi paese civile sarebbe costretto a dimettersi seduta stante. Siamo di fronte a una carica statale che divide italiani di serie A e italiani di serie B in base a una discriminazione arbitraria, nemmeno più etnica dal momento che molte famiglie sinte italiane vivono in Italia dal XIV secolo e non parlano più nemmeno romanes! Invece Salvini può permettersi di fare affermazioni di questo genere, e sta ancora seduto al suo posto.

Quindi oggi il Ministro propone di censire persone che noi abbiamo messo dentro i campi, che noi abbiamo escluso dal tessuto civile italiano, che noi abbiamo bollato come “zingari, nomadi, pericolosi, deviati”. Salvini ora vuole schedarli, ma per fare cosa? Con quale obiettivo politico e sociale? La risposta è solo una: Salvini cerca consenso per sé stesso, fomentando un odio etnico pericolosissimo già presente nelle viscere del nostro paese. E nel frattempo, mentre la Lega è accusata di una frode da 48 milioni di euro pubblici, mentre i clan mafiosi (anche di origine rom) portano valanghe di voti a Salvini nei territori più abbandonati dalla politica, gli italiani vengono distratti puntando il dito contro nuovi nemici sempre più deboli, sempre più distanti ma sempre più vicini. 
Viviamo in un periodo buio, ma non ci arrendiamo a chi vuole dividere l’Italia, ieri tra nord e sud, oggi tra poveri e più poveri. Non ci rassegniamo a queste politiche d’odio e malaffare, a questa cattiva informazione. Ci dovessero volere anni, spiegheremo con pazienza come stanno veramente le cose, affinché i discorsi dei potenti, dei responsabili e dei distruttori della Patria inclusiva, vengano smontati pezzo dopo pezzo.

 

Aiutiamoli a casa loro, dicono. Innanzitutto, diciamo noi, va premesso che una giusta accoglienza di chi emigra in cerca di una vita migliore prescinde dall’esigenza di creare le condizioni affinché nessuno in futuro debba scappare da fame, guerre o repressione. La necessità che nessuno muoia in mare, la libertà di movimento per i lavoratori, la lotta allo schiavismo e al caporalato, saranno sempre le condizioni imprescindibili delle nostre lotte insieme ai popoli oppressi, al contrario di quanto sostiene la propaganda di chi ci governa. Porre le due cose in antitesi significa essere in malafede. Detto ciò, i metodi efficaci per “aiutarli a casa loro” sono solo due: o si fa come Karim Franceschi e Vittorio Arrigoni, andando ad aiutare le lotte popolari in loco, o si fa come Seretse Khama. Ferma restando la validità della prima soluzione - nel caso di Arrigoni pagata col sangue - è interessante sapere chi era Khama, primo presidente del Botswana, l’unico paese africano dal quale “non partono migranti”.

Viviamo in un periodo segnato da una forte percezione ultra-securitaria, fomentata ad arte dalla politica e dai mass-media, che spesso si pone in contraddizione con i dati reali. Così, mentre i Salvini di tutta Italia fondano parte del proprio consenso sulla narrazione dell’emergenza perenne, che diventa paura del diverso, mentre il governo uscente si fa vanto di un decreto Minniti che ha come effetto la criminalizzazione delle povertà (vedi le multe a Genova per gli affamati che rovistano nella spazzatura!!), nel frattempo i numeri ci raccontano di una diminuzione costante di omicidi, furti e rapine del 20-25% dal 2014 ad oggi. Gli unici che aumentano sono i femminicidi dentro le mura domestiche, argomento che però non trova altrettanta risonanza nella narrazione politica di questi tempi. 

Dopo un volo di due ore scarse gli occhi si fanno ripieni di sonno e del verde che divide, fra forme scoscese e lunghe pianure, la Grande Parigi dalle regioni del Nord e Pas de Calais.
Se di Turismo si tratta, nel mio caso particolare esso unisce due visite piuttosto tardive nella mia esistenza ormai quasi trentennale: da un lato la prima volta in terra francese, dall’altro la prima visita nei luoghi dove lavorarono poco più che ventenni i miei nonni, dove nacque mio padre e dove ancora vive una parte molto bella della mia famiglia.
Insomma una visita in terra francese da italiano ormai stabilmente impiantato in Germania, in quella che una volta era la Germania-Est.
Mentre il verde delle campagne francesi invade insieme al cielo plumbeo la mia vista su questa lunga strada l’immaginazione si fa agile nel richiamo ai racconti, alle mille memorie familiari di fatti ed episodi avvenuti fra la fine degli anni ’40 e la metà degli anni ’50 in quel contesto che sto andando a conoscere, così nuovo e familiare allo stesso tempo, teatro di narrazioni che hanno accompagnato tutta la mia infanzia, giovinezza e parte dell’età adulta.

Spesso sentiamo dire ai nostri politici locali che il governo della città non è mica una cosa facile, che a urlare il proprio malcontento sono capaci tutti ma ben altra fatica è scontrarsi con le difficoltà degli enti locali, con il contesto circostante che non aiuta, con le regole dell’economia che legano le mani anche ai più volenterosi degli amministratori! Tutto vero, ma noi restiamo convinti che la volontà politica, con una buona dose di coraggio e di radicalità delle scelte quotidiane, possano aprire scenari di buon governo anche nei contesti più complicati. Basterebbe la volontà di ribellarsi alla consuetudine, di porre i processi decisionali in nuovi e dinamici percorsi di orizzontalità, usare le risorse per migliorare la vita di tutti i cittadini, chiudendo le porte alle servitù economiche della speculazione privata e dei monopoli. Quando parliamo di questi temi ci vengono in mente città governate da movimenti famosi in tutto il mondo, città ribelli, occidentali e inserite in contesti democratici di lunga tradizione: Barcellona, Madrid, Grenoble. Ma di fronte a questi esempi, i cinici sostenitori del “qui non cambierà mai nulla” potrebbero ancora storcere il naso perché, tutto sommato, è facile governare in maniera “alternativa” una città come Barcellona, ricca e protagonista di una secolare tradizione di democrazia dal basso… Ebbene, qui vogliamo parlare di un caso poco noto, di fronte al quale anche il più depresso dei rassegnati non potrà non ammettere che sono tutte scuse! E che, in fondo, il cambiamento è possibile ovunque. 

A differenza di quanto sostengono sia il campo etnico-sovranista che quello imperialista e neo-coloniale, l’Africa ha bisogno del mondo così come il mondo ha dannatamente bisogno dell’Africa. Non c’è nessuno scontro tra un noi e un loro, non c’è nessun piano di sostituzione e soprattutto non c’è nemmeno l’ombra di quella che si definisce un’invasione. Quello che invece ancora esiste, è una lunga e spietata lotta di interessi contrastanti tra sfruttati da una parte e sfruttatori dall’altra, tra colonizzati e colonizzatori, anche attraverso l’inasprimento delle frontiere, utile solo a perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo. 

La Spagna è il paese dell’Europa occidentale che conta il maggior numero di persone rom sul proprio territorio.
Secondo le stime ufficiali, infatti, i gitani (per comodità ci si riferirà alla comunità di rom spagnola come gitani) presenti sull’intero territorio sono circa 660.000 (1.5% rispetto alla popolazione totale), distribuiti principalmente tra le Comunità Autonome dell’Andalusia, che ne conta poco meno della metà, e della Catalunya che invece ne conta circa 80.000.

Il fatto interessante di questo dato è che in Italia, invece, dove il livello di intolleranza sta purtroppo raggiungendo picchi preoccupanti, si contano complessivamente circa 140.000 persone su tutto il territorio nazionale (0.2% rispetto alla popolazione totale) e di questi solo 40.000 risiedono nei campi attrezzati, tollerati ed informali.

Questa differenza numerica così sostanziosa è il risultato delle diverse politiche adottate da questi due paesi nel corso della loro storia. Infatti, mentre nel territorio italiano la  presenza rom, cioè "zingara", viene contrastata aspramente con una forte repressione e con le espulsioni; nella Spagna dell’assolutismo veniva messo in atto un vero e proprio etnocidio per mezzo del divieto imposto ai gitani di vivere secondo i loro usi e costumi, tutto ciò con l’intento di  trasformarli in "nuovi castigliani".