Viviamo in un periodo segnato da una forte percezione ultra-securitaria, fomentata ad arte dalla politica e dai mass-media, che spesso si pone in contraddizione con i dati reali. Così, mentre i Salvini di tutta Italia fondano parte del proprio consenso sulla narrazione dell’emergenza perenne, che diventa paura del diverso, mentre il governo uscente si fa vanto di un decreto Minniti che ha come effetto la criminalizzazione delle povertà (vedi le multe a Genova per gli affamati che rovistano nella spazzatura!!), nel frattempo i numeri ci raccontano di una diminuzione costante di omicidi, furti e rapine del 20-25% dal 2014 ad oggi. Gli unici che aumentano sono i femminicidi dentro le mura domestiche, argomento che però non trova altrettanta risonanza nella narrazione politica di questi tempi. 

In questo clima generale, anche nelle nostre comunità - perfino qui a Ciampino - si sente spesso fare appello all’intervento militare come strumento salvifico contro la presunta emergenza sicurezza, ma anche contro situazioni obiettive di carattere sanitario e di criminalità ambientale, come nel caso dei roghi nei campi rom nelle periferie romane. Ma questo intervento militare, ci si potrebbe domandare, viene invocato da politici e opinionisti contro la complessa rete criminale imprenditoriale che utilizza i campi come smaltimento a pochi euro per bruciare rifiuti? Ovviamente no, l’intervento militare è invocato contro gli “altri”, gli “zingari”, i diversi nella loro totalità, contro l’anello più debole e le prime vittime di quella catena criminosa (vittime reali, con un’aspettativa di vita di 10 anni in meno rispetto alle comunità circostanti). Un calderone ideologico incentrato su una generica richiesta di sicurezza che diventa veicolo di messaggi razzisti, spesso ad arte.  

Marielle Franco, l’attivista uccisa a Rio de Janeiro pochi giorni fa, si batteva contro qualcosa di simile: il governo di Michel Temer in Brasile ha messo in atto l’ennesima militarizzazione delle favelas, a danno dei poveri, dei neri, dei senza tetto. Quelli come Marielle denunciano da anni la degenerazione sociale, politica e identitaria che questo clima ultra-securitario comporta. Siamo ben consapevoli della gigantesca differenza tra le due situazioni. L’Italia non può essere comparata con semplicità alla condizione storica e sociale brasiliana, né allo stesso grado di violenza dell’apparato statale e militare. Associazioni come ACAD, che si battono ogni giorno in Italia per la tutela delle vittime degli abusi in divisa, ci restituiscono scenari preoccupanti che occorre tenere sott’occhio: ma sempre con la consapevolezza che la presenza dei militari sui nostri territori si muove in un contesto di sostanziale garanzia di rispetto dei diritti umani. Resta urgente una valutazione politica sulla reale utilità di simili interventi, sull’ambiguità di leggi come il decreto Minniti, nonché sullo sciacallaggio di certa politica che persegue l’obiettivo di costruire una società che odia, controlla, reclude, criminalizza e addomestica.  

Per questo riteniamo illuminanti le ultime parole scritte da Marielle Franco, poche ore prima di venire uccisa, sul tema dell’intervento militare nelle favelas della sua città. Di seguito, l’articolo scritto da lei per il Jornal do Brasil, che in alcuni passaggi sembra scritto per una qualsiasi delle nostre periferie.  

Perché la memoria di Marielle riecheggi nelle sue parole, nelle sue e nelle nostre lotte.

Riforma del Lavoro, Riforma costituzionale della spesa pubblica, Riforma della Previdenza sociale. L’impatto di questi profondi cambiamenti, ispirati ad un progetto politico retrogrado, in linea con precisi interessi asserviti al capitale internazionale e a vari settori dell’impresa, destina centinaia di migliaia di cittadini e cittadine a una inevitabile spirale di povertà.

È in questo contesto che proviamo ad ampliare lo sguardo sull’Intervento Federale di Sicurezza Pubblica a Rio de Janeiro e analizzarne le reali intenzioni, considerando il fatto che il nostro stato si posiziona al decimo posto per indice di violenza, dopo altri come Sergipe, Goiás e Maranhão – per citare alcuni esempi segnalati nell’Annuario di Sicurezza Pubblica.

Date queste premesse, l’Intervento Federale viene giustificato utilizzando argomenti che non trovano conferma nella realtà cittadina. La nostra domanda che non smette di riecheggiare allora è: perché a Rio de Janeiro?

Le ultime esperienze dimostrano come l’occupazione permanente da parte delle Forze Armate non abbia risolto il problema della sicurezza. Inoltre, è importante osservare in quali anni l’esercito viene inviato per strada a “risolvere” una supposta situazione emergenziale. Quel che hanno in comune non è l’avvenimento di un episodio che metta seriamente a rischio la sicurezza pubblica, ma l’essere tutti anni di elezioni. Qual è stato il risultato di queste politiche?

L’uomo incaricato dell’intervento militare federale, il generale Braga Netto, ha dichiarato che “Rio de Janeiro è un laboratorio per tutto il Brasile”. E ciò a cui assistiamo è che in questo “laboratorio” le cavie sono i neri e le nere, abitanti delle periferie, “faveladi”, lavoratori e lavoratrici. La vita di queste persone non può diventare oggetto di esperimenti per nuovi modelli securitari. Il dito puntato contro le favelas, come luogo del pericolo per antonomasia, della paura che si diffonde in tutta la città, risveglia il mito delle classi pericolose, come sottolinea bene la psicologa Cecilia Coimbra, collocando la favela al centro del discorso e rendendola il nemico pubblico per eccellenza.

Nell’ultimo fine settimana, almeno cinque persone sono morte e quattro sono rimaste ferite nella Regione metropolitana di Rio. Tra queste, quattro erano donne. Alba Valéria Machado è morta nel tentativo di proteggere suo figlio, a Nova Iguaçu. Natalina da Conceição è stata colpita durante uno scontro a fuoco tra la Polizia Militare e i narcotrafficanti a Praça Seca. Janaína da Silva Oliveira è morta in un tentativo di aggressione a Ricardo de Albuquerque. Tainá dos Santos è stata raggiunta da un colpo di fucile nella comunità di Vila Aliança. Sono le stesse donne nere che perdono ogni giorno i loro figli a causa della “letalità” intrinseca alle periferie da cui provengono. Questi numeri spaventosi dimostrano che anche ora, a quasi un mese dall’inizio dell’intervento militare, la tanto propagandata “percezione di sicurezza” non va oltre un mero discorso politico-mediatico. Ed è come se le morti non avessero un preciso colore, classe sociale e provenienza. Non abbiamo dubbi: la sicurezza pubblica non si fonda sulle armi. Ma su politiche pubbliche in tutti gli ambiti. In quello della salute, dell’educazione, della cultura e con la creazione di posti di lavoro e di reddito.

È urgente monitorare questo processo, occupandoci di lottare affinché i diritti individuali e collettivi siano garantiti, le istituzioni democratiche siano preservate e continuino a mantenere la loro autonomia. Se le cose andassero diversamente, si rivelerebbe un panorama molto pericoloso in una società con una forte tradizione “patrimonialista”, poco avvezza a un sentire democratico e con una relazione storicamente violenta con la propria popolazione più vulnerabile.

di Marielle Franco

Fonte e traduzione: DinamoPress