La nostra piccola scuola popolare, Dopòlis, è alla continua ricerca di stimoli di riflessione e di crescita umana, sociale e politica. Per questo, ad esempio, facciamo parte della Rete delle Scuole Popolari di Roma; per questo inoltre accogliamo spesso contributi e analisi dalle esperienze di educazione emancipatrice in giro per il mondo. Nell’ambito delle interviste su questo spazio web con importanti leader sociali dell’America Latina, questa volta abbiamo voluto fare una chiacchierata con un compagno noto nel contesto dell’educazione popolare nei luoghi più poveri e marginalizzati di Buenos Aires. Lui è Maximiliano Malfatti, maestro, educatore, militante sociale, punto di riferimento per tanti. Maxi dedica la sua vita alla causa degli ultimi, coniugando il lavoro di insegnante con la missione di organizzatore di importanti progetti di alfabetizzazione e formazione in una “villa miseria”, il corrispettivo argentino delle favelas o delle nostre baraccopoli, luoghi dell’esclusione sociale per eccellenza.  

In particolare la Villa 21-24 ad oggi conta 70 mila abitanti in un territorio più piccolo di un chilometro quadrato, alla periferia sud-est di Buenos Aires. Una città nella città, con case di mattoni nudi e tetti di lamiera, senza fogne e quasi senza acqua corrente. Ovviamente porta lo stigma di luogo pericoloso e violento, ma in realtà nella Villa esiste un gran numero di movimenti popolari che si organizzano, lottano e migliorano la vita nel quartiere, risolvendo le esigenze materiali e facendo cultura, educazione, comunità. Ciò senza rinunciare alla sfida del potere politico, essendo proprio questo il luogo dove nel 2018 è iniziato il declino della destra di Mauricio Macri, quando una coalizione di movimenti popolari vinse le elezioni dell’organo di governo locale (Junta Vecinal). Tuttavia, se la destra è stata sconfitta anche a livello nazionale, a Buenos Aires ancora governa il partito Propuesta Republicana del governatore Larreta, con effetti negativi sull’integrazione dei quartieri popolari e delle minoranze. Qui, tra lotta politica e lotta sociale, spesso inscindibili tra loro, si svolge l’attività di Maxi con i suoi compagni, con gli abitanti del barrio, con le educatrici e gli educatori popolari dalla Villa 21-24. 

 

- Sappiamo che l’educazione popolare in America Latina è una pratica di militanza diffusa grazie all’azione di molte organizzazioni sociali, soprattutto nei quartieri più poveri. Quale definizione daresti di educazione popolare? Che significa per te, che sei un maestro di scuola? 

Prima di tutto vi ringrazio per l’opportunità di questo dialogo con voi e con le esperienze che state sviluppando nella vostra città; è un orgoglio il vostro interesse per le cose che facciamo. Rispetto all’educazione popolare, per noi è una pedagogia costruita a partire dal vincolo che si forma tra l’educatore e l’educando. E’ un dialogo tra conoscenze, saperi culturali, esperienze che formano parte dell’insegnamento e dell’apprendimento, dove si cerca sempre la riparazione di un qualche diritto violato. E’ pensata per combattere le diseguaglianze, è emancipatrice, liberatrice. Non si esaurisce negli spazi di educazione informale, ma la pratichiamo e la si deve praticare anche nella scuola pubblica. Non è semplicemente un metodo, è una postura politica e pedagogica. Non fornisce ricette, ma ha a che vedere con l’ascolto, con le forme di lettura e comprensione della realtà, in contatto con l’altro. E’ l’educazione del popolo e per il popolo. Non è una definizione molto accademica, ma diciamo che la frase “la nostra testa pensa dove i nostri piedi camminano”, credo spieghi in sintesi ciò che noi intendiamo per pedagogia popolare. 

 

- Parliamo di alfabetizzazione nel barrio: in che cosa consiste il progetto “Decir es Poder”? Come nasce, qual è la sua storia? 

Decir es Poder (Dire è Potere) nasce in relazione a quello che ti dicevo sull’educazione popolare e sulla pedagogia villera. Noi siamo un gruppo di educatori della scuola media n.6 del barrio, l’unica a gestione statale, dove iniziammo a notare che molti genitori dei nostri studenti avevano difficoltà di lettura e scrittura. Così decidemmo di mettere in piedi Decir es Poder, che è iniziato come piano di alfabetizzazione nel quale abbiamo formato gli studenti più avanzati della scuola, affinché fossero loro a scolarizzare i propri vicini, a volte i loro stessi zii, genitori, nonni. Si è dunque formata un’organizzazione di educatori integrata da giovani e adulti, compresi noi che svolgiamo un ruolo come insegnanti formali. Iniziammo facendo un sondaggio su otto blocchi del barrio, porta a porta, con un’intervista a tutto il nucleo abitativo e una personalizzata, rilevando la presenza di residenti maggiorenni che non avevano completato gli studi primari, cioè i soggetti ai quali si rivolgeva questa prima tappa del progetto. Così, individuati i residenti con più di 18 anni senza un’educazione primaria completa, si presentava loro un questionario rispetto all’uso quotidiano della lingua, la lettura e la scrittura, quindi si invitavano ai corsi, preparati dagli studenti con l’aiuto del resto dei docenti. Il focus variava a seconda delle caratteristiche, ma generalmente si inizia sempre dal soggetto che si va ad alfabetizzare, dal punto di partenza dell’identità. Ovviamente non puntiamo solo alla lettura e alla scrittura con un ruolo utilitario, ma anche ad una lettura e scrittura del mondo come pratica emancipatrice, che combatte le disuguaglianze sul territorio, ne comprende le cause, approfondisce per invertirle, per fortificare il vincolo tra le persone. Va sempre tenuto presente il desiderio del soggetto, il suo voler essere. Dunque non solo decodificazione, ma soprattutto lettura e scrittura del mondo, per lottare contro le disuguaglianze.  

 

- Sappiamo che da qualche tempo avete messo in piedi un coraggioso progetto di formazione docente direttamente dentro la Villa 21-24, uno dei luoghi più poveri della città di Buenos Aires. Cosa ci puoi dire di questa sfida? Cos’è il “Profesorado Pueblos de América”?

Pueblos de America nasce in continuità con Decir es Poder. Il progetto di alfabetizzazione inizia nel 2015 quando facemmo i questionari con 200 residenti, ma la Villa 21-24 ha circa 70 mila abitanti su 56 blocchi, cioè insediamenti informali. E’ la villa più grande di Buenos Aires, per questo comprendemmo che l’obiettivo dello sradicamento dell’analfabetismo non era possibile con un gruppo di 10-15 ragazzi. Dunque fondammo una cattedra dove si formarono decine di alfabetizzatori, alcuni dei quali venivano da altri quartieri. In questo processo abbiamo anche compreso che questi giovani residenti rivestivano già un ruolo di educatori, e ci siamo chiesti perché non formalizzare questo ruolo trasformandolo in un lavoro, dal momento che Decir es Poder era un progetto volontario. Da qui nasce l’idea del magistero, il profesorado. Nella città di Buenos Aires ci sono 700 posti vacanti a scuola, perché non ci sono maestri. Dall’altro lato gli abitanti della villa non accedono al lavoro formale, persino chi completa gli studi secondari spesso fa lo stesso lavoro dei genitori che hanno solo la licenza primaria. Quindi, analizzando questa realtà, comprendemmo che se questi alfabetizzatori si fossero convertiti in educatori formali, avrebbero potuto coprire la mancanza di maestri ed accedere a un lavoro di qualità, con tutti quei diritti generalmente negati ai residenti della villa. Un lavoro formale implica sostegno al reddito, ferie pagate, licenza per malattia e maternità. Infine andiamo a rompere un paradigma, perché la biografia di ciascuno dei membri delle famiglie, ad esempio i figli di uno studente del profesorado, sarà diversa. E quando ci saranno 100 o 150 maestri che vivono nella villa sarà diversa anche la spinta, la molteplicità di visioni sulle problematiche del quartiere, il tentativo di una trasformazione profonda. Il Pueblos de América apre le sue porte il 25 marzo 2019. Attualmente non genera reddito perché i 32 formatori non percepiscono salario per il primo anno, lo fanno come militanti dell’educazione, ma ovviamente non sarà sempre così. Il programma non è uguale agli altri magisteri della città, ha più materie ed un focus nettamente territoriale. C’è una materia che si chiama costruzioni territoriali e una che si chiama soggettività nel contesto, che abbiamo creato noi. C’è un corso di ricerca docente e uno di antropologia, che non stanno nel piano magistrale ufficiale ma rientrano nella nostra proposta di formare docenti creatori di contenuti. Infine le arti, che sono obbligatorie generalmente per due ore, noi ne facciamo quattro affinché siano una risorsa in aula, poiché la Villa 21-24 ha espressioni artistiche e culturali ovunque. Il percorso dura 4 anni, attualmente 70 studenti hanno concluso il primo anno, sono in condizioni di passare al secondo e già ci sono iscrizioni per l’anno nuovo. Puntiamo ad una formazione basata sull’esperienza del barrio, valorizzando i saperi del barrio. Per questo facciamo anche parte di un programma istituzionale che si chiama ProTAPe (programma territoriale di azione pedagogica) frequentato da residenti che non hanno competenze accreditate formalmente, ma che possono costruire attraverso il profesorado una rete dove ogni insediamento diventa un nodo di azione pedagogica. Questa estensione si articola con le organizzazioni politiche e sociali, i cui membri si formano in educazione popolare e poi possono applicare ciò che hanno appreso laddove ogni organizzazione opera. Così potrà essere raggiunto l’obiettivo di eliminare l’analfabetismo dalla Villa 21-24. 

 

- Un’ultima domanda che facciamo sempre ai compagni argentini: In Europa l’estrema destra conquista spesso il potere politico alimentando sentimenti xenofobi, ma vediamo che a volte questo accade anche in Sud America. Esiste il tema dell’integrazione dei/delle migranti nei quartieri popolari argentini? Come agisce l’educazione popolare in un contesto sempre più multiculturale?

La città di Buenos Aires è governata dalla destra, il partito di Macri ci governa dal 2007, queste espressioni xenofobe si vedono fin troppo in città! I quartieri popolari sono spazi multiculturali, soprattutto abitati da persone provenienti dai paesi limitrofi ma anche dall’interno del paese. Quindi dentro al barrio e negli spazi educativi si lavora fortemente per la valorizzazione della diversità culturale. Fuori dal barrio è più difficile, ma qui si incentiva ad esempio l’insegnamento della lingua guaranì, che predomina nella comunità migrante della Villa 21-24. E’ un lavoro di integrazione, rispetto, costruzione di punti d’incontro per una cultura barriale. Di fatto il nome Pueblos de América esprime questa mescolanza di popoli che integrano il quartiere. Fuori da qui, nel resto della città, c’è una doppia stigmatizzazione nei confronti della persona villera: come migrante e come abitante degli insediamenti. E’ uno dei motivi per i quali il profesorado sta nella villa, perché l'integrazione deve essere da dentro verso fuori ma anche da fuori verso dentro. Lavoriamo affinché la pedagogia sia pensata nel barrio, dove si conoscono le difficoltà da cui costruire opportunità collettive. Fuori dal barrio non sanno che qui si riempiono di merda le strade, che la luce manca per giorni interi, che il lavoro di cura è affidato solo alle donne, che è molto difficile trovare qualcuno a cui lasciare i bambini. Ma le condizioni materiali partono anche dall’educazione dentro questi stessi luoghi, il profesorado fornisce l’opportunità di studiare che hanno in altri settori della città.