La mafia qui non esiste, mica siamo in Sicilia. E’ stata per molto tempo la risposta quasi stizzita di amministratori e politici locali, ogni qual volta nel proprio territorio accadeva un fatto di cronaca, che qualche bravo giornalista d’inchiesta sapeva codificare nella strategia criminale delle mafie. Una reazione indignata di sindaci e onorevoli  per chi, “senza ragione” era pronto ad infangare un’intera comunità. Intanto le mafie si radicavano pervicacemente nel  tessuto economico e produttivo del Lazio. Non solo in territori “storicamente” infiltrati, ma nel cuore della Capitale.

Ancor prima  di Mafia Capitale decine le inchieste a Roma, che hanno visto al centro soggetti economici legati alle storiche mafie del meridione.  Non parliamo tanto delle tradizionali attività illecite legate ai clan criminali, quali estorsione, traffico di droga ed armi, sequestri di persona ecc., quanto di economia reale e di settori produttivi che impattano direttamente sul Pil regionale. La mafia non appare più una componente marginale e subalterna che gravita ai margini dell'economia legale, ma tende ad esserne soggetto attivo, per questo si parla sempre di più "impresa" mafiosa. Questo cambiamento già in corso alla fine degli anni ’90 si attua nel pieno della crisi economica e sociale che si sta mangiando il Paese. L'organizzazione mafiosa cambia per adattarsi al nuovo contesto. Si parla di un passaggio da una vecchia mafia ad una nuova mafia. La mafia, da "parassitaria" diventa  produttrice in settori strategici come quelli del commercio, della ristorazione,  delle costruzioni, dell’agricoltura, dei servizi, della finanza.

A Roma la piena manifestazione di questa ascesa è rappresentata dal caso dello storico Café de Paris, cuore e simbolo della Dolce Vita romana, celebre locale di Via Veneto frequentato da Federico Fellini e Frank Sinatra, da Sofia Loren e Marcello Mastroianni. Il 22 luglio 2009 il locale viene posto sotto sequestro dagli uomini della Guardia di Finanza e dai Carabinieri del Ros. Le forze dell’ordine cercano di gettare luce sul misterioso acquisto del Café avvenuto nel 2005 per opera di un barbiere nullatenente originario di Sant’Eufemia d’Aspromonte, certo Damiano Villari, il quale viene ritenuto dagli inquirenti un prestanome di Vincenzo Alvaro, boss del clan della ‘ndrangheta degli Alvaro-Palamara. 

Poi arriva Mafia capitale, l’inchiesta guidata dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, il cui maxi processo  che vede oltre 40 imputati tra cui Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, avrà inizio il prossimo 5 novembre. Inchiesta che ha sconquassato la Capitale del paese,  svelando una rete di corruzione manovrata da una organizzazione criminale capace di infiltrasi e minacciare, di inquinare appalti ed estorcere imprenditori, coinvolgendo esponenti di primo piano del sistema politico-istituzionale e dei settori corrotti della pubblica amministrazione.

In questo quadro drammatico l’antimafia diventa la lotta di liberazione di questo tempo, al pari di quella che portò il paese in macerie a liberarsi dal nazifascismo. E’ un paragone azzardato? Io non credo. L’economia criminale oggi è in grado di alterare il sistema della libera concorrenza. L'impresa mafiosa ha la possibilità di poter agire in una situazione di vantaggio rispetto alla concorrenza, perché può sfruttare la sua capacità d'intimidazione e collusione,  accaparrandosi la maggior parte degli appalti pubblici, contratti e forniture a prezzi molto vantaggiosi. L'impresa mafiosa impone poi le sue regole. Le conseguenze sono la precarietà dei lavoratori, la violazione dei diritti sindacali, l'evasione dei contributi previdenziali e lavorativi, il ricatto costante dei lavoratori e condizioni di lavoro non sicure. Infine l’economia mafiosa è forse l’unica economia in grado oggi di disporre di un’immensa liquidità monetaria, derivante dai  profitti provenienti dalle attività illegali. Questo le consente non solo di riciclare ingenti somme di denaro  nel circuito delle imprese legali, ma di avere accesso privilegiato al circuito bancario e quindi disponibilità finanziaria assai superiore alle imprese concorrenti. Basta questo per comprendere quale processo degenerativo e criminale  siamo tutti chiamati a contrastare e combattere. 

Oggi le mafie rappresentano la più forte insidia alla convivenza civile, alla saldezza e alla credibilità delle istituzioni democratiche, al corretto funzionamento dell’economia. Esse impediscono lo sviluppo della democrazia e il pieno esercizio dei diritti dei cittadini. Il diritto al lavoro, all’istruzione, alla sicurezza, alla giustizia non potranno essere goduti da nessuno se non si sconfigge l’illegalità organizzata. In questa battaglia, in prima fila, vi sono i corpi dello stato, impegnati nell’azione di repressione. Ma al loro fianco, in questi anni, si è mobilitata gran parte della società civile, giovani, uomini e donne, associazioni del volontariato laico e cattolico. Un vasto variegato mondo dell’impegno civile che chiama le istituzioni, di ogni ordine e grado, a svolgere un ruolo di stimolo, di coordinamento e di sostegno all’azione di contrasto alla criminalità.

In questa direzione è andata l’attività di proposta e sollecitazione avanzata in Consiglio Comunale in questo primo anno di consiliatura. La mozione approvata nell’estate dell’anno scorso dal Consiglio Comunale per l’adesione del nostro Comune ad Avviso Pubblico, la rete degli Enti locali e delle Regioni per la formazione civile contro le mafie. Poi la mozione approvata lo scorso dicembre per l’adesione alla Stazione Unica Appaltante della Provincia di Roma, che è diventata Deliberazione del consiglio comunale lo scorso lunedì 19 ottobre. Una scelta decisiva del nostro Comune  per rafforzare l'attività di prevenzione e contrasto ad ogni tentativo di condizionamento e infiltrazione delle mafie nel sistema degli appalti pubblici.

Ma non basta. Alle istituzioni di prossimità come i Comuni  spetta oggi il compito di promuovere ed organizzare la legalità, offrendo ai cittadini le occasioni e gli strumenti per sottrarsi all’invasione del contropotere criminale. Se il contropotere criminale è negazione dei diritti, è prevaricazione del forte sul debole, l’educazione alla legalità può essere un modo concreto ed efficace per combatterlo. Diffondere la coscienza della legalità, informare i cittadini sulla forza reale della criminalità organizzata, formare i giovani alla cultura dei diritti e della tolleranza, del rifiuto della violenza e del rispetto per il valore della persona, promuovere  uno sviluppo economico equilibrato: sono questi gli scopi che ogni amministrazione democratica deve saper perseguire. Ciampino deve fare la sua parte.