8 Marzo 2015 - Redazione - Sociale

Contro le mafie, nel campo rom la Barbuta. Officine Civiche alla proiezione dell’inchiesta “Anello di fumo”.

C’è un’altra terra dei fuochi, in tutto e per tutto simile alla tristemente celebre emergenza dei roghi tossici in Campania, che si estende fuori Roma, come una fascia ininterrotta attorno al Raccordo Anulare. Una situazione sociale ed ecologica esplosiva, che ha nel proprio epicentro i campi nomadi delle periferie romane, dove vengono riversate illegalmente tonnellate di rifiuti speciali, da parte di aziende, sistemi criminali o semplici cittadini italiani. La video-inchiesta “Anello di fumo”, realizzata dai giovani giornalisti e video-maker Edoardo Belli, Rossella Granata, Elena Risi e Valentina Vivona, racconta magistralmente questa situazione.

 

Si tratta di un documento importante e prezioso, proprio perché, in un’epoca di crescente pregiudizio nei confronti delle popolazioni romanì e di penuria d’informazione per quanto riguarda i crimini ambientali nel Lazio, questa inchiesta rivela cosa nascondono realmente le colonne di fumo nero che spesso vediamo e respiriamo nelle nostre città. Abbiamo avuto modo di assistere alla proiezione di “Anello di fumo” direttamente dall’interno di uno dei campi raccontati dal film, la Barbuta, alle porte di Ciampino, in occasione della campagna capitolina “Spiazziamoli – 50 piazze per la democrazia e contro le mafie”.    

L’iniziativa ha avuto il grande merito di aprire il campo nomadi verso l’esterno, parlando di un argomento che vede questo luogo come uno dei principali protagonisti. Come sappiamo, anche a Ciampino il discorso populista e diffidente nei confronti degli abitanti del campo è acuito a causa dei roghi tossici, carichi di veleni ed estremamente dannosi per la salute e per l’ambiente. Roghi che vengono facilmente etichettati come ‘effetto’ della presenza dei campi rom, ma dei quali ben poche persone conoscono la reale natura e il meccanismo che sta alla loro origine. Si tratta, infatti, di veri e propri inceneritori fai-da-te, dove per pochissimi euro vengono smaltiti rifiuti estremamente inquinanti. Un sistema di smaltimento illegale le cui prime vittime sono proprio gli abitanti del campo, molti dei quali non sono nemmeno lontanamente coinvolti in questo sistema, ma non hanno mezzi economici né possibilità legali per andar via.

E’ il caso del piccolo accampamento sinti della Barbuta che ha ospitato l’iniziativa, dove poche decine di famiglie (un tempo erano il gruppo più numeroso a Ciampino, mentre oggi la maggior parte di loro ha avuto la fortuna di spostarsi altrove) vivono ancora di mestieri umili come i robivecchi, lavori stagionali come i giostrai o di elemosina. Sia i sinti che gli abitanti del vicino campo rom “autorizzato” (quello cioè messo a punto con le case/container dall’ex amministrazione capitolina di Alemanno), patiscono per primi gli effetti dannosi dei metalli pesanti nell’aria e dei liquami nel terreno, per colpa di questo sistema di roghi saldamente in mano a pochi gruppi criminali dentro e fuori i campi.

Abbiamo avuto modo di vedere con i nostri occhi la situazione alla Barbuta. Abbiamo conosciuto uomini e donne malati di tumore. Bambini che respirano un’aria velenosa che quasi certamente li sta condannando a morte. E crediamo che questo non possa e non debba essere accettato, nel 2015, in Europa, sotto gli sguardi inermi di tutti noi. Officine Civiche ha promesso a questa persone un impegno costante e diretto, anche attraverso la mobilitazione e dentro le sedi istituzionali competenti, affinché, nell’immediato, questa situazione venga fatta conoscere il più possibile fuori dal campo e nella nostra città. Queste persone condividono con tutti i cittadini di Ciampino un problema, che però nel loro caso è aggravato non solo dalla vicinanza con l’origine dei roghi, ma anche dall’impossibilità di andar via.

Crediamo fermamente nell’esigenza di chiudere questi ghetti per sempre, lasciando spazio ad un serio percorso integrativo che rispetti l’autonomia dei rom e dei sinti, simile alle legislazioni di altri paesi europei (dove ad esempio il mestiere di raccoglitore di ferro è regolato dalla legge, mentre in Italia non lo è, provocando non pochi problemi ai nomadi che vogliono vivere onestamente di questa secolare tradizione). Ciò nonostante, nel breve periodo, crediamo sia necessario agire con tutti i mezzi per bloccare subito questo sistema illegale di smaltimento, a partire non solo dai campi ma anche e soprattutto da chi scarica i rifiuti.        

L’iniziativa, per tutti questi motivi, è stata per noi un’occasione unica per approfondire e per toccare con mano questa difficile realtà, per avere uno strumento in più contro il pregiudizio e la xenofobia, per incontrare la vivace e orgogliosa comunità sinti di Ciampino, e per conoscere tanti ragazzi e ragazze interessati come noi a comprendere da vicino questo problema. E naturalmente per discutere con tutti loro, avanzare opinioni e cercare soluzioni, seduti in cerchio nella piccola chiesa evangelica dei sinti, gettando le basi per una cooperazione appena iniziata.