22 Ottobre 2020 - Patryk Ponza - Sociale

Sport territoriale: un diritto educativo da proteggere

A fronte delle continue restrizioni, delle continue modifiche, seppur poco chiare e spesso di difficile interpretazione, riguardo alle misure anti Covid in ambito sportivo, è necessario fare chiarezza, fermarsi un attimo e ragionare. Il rischio è che siano state prese precauzioni placebo, precauzioni che per quanto sensate nella teoria, si scontrano con la realtà delle associazioni e società sportive.

È doveroso ricordare che per associazione o società sportiva non si intende solo la società di serie A di qualsiasi sport, quelle società per intenderci che muovono grandi capitali, che rappresentano un’infinitesima percentuale del movimento sportivo nella nostra nazione. Anche perché il vero grande capitale che si muove all’interno del tessuto sportivo sono tutti quei bambini, bambine, ragazzi, ragazze, che nello sport hanno visto il miglior connubio tra educazione alla cittadinanza, educazione alla società, alla socievolezza e attività motoria. Un tessuto sportivo che è rappresentato da migliaia di società e associazioni come ambasciate dei quartieri, presenti in ogni città, in ogni paese.

Dobbiamo fare chiarezza anche sul significato di sport. Se vogliamo rimanere nel qualunquismo e nel bigottismo della concezione di sport come unica e limitata attività motoria allora non ha senso che vengano permesse le attività nemmeno se limitate solo alle società con grandi capitali. Considerata, invece, la reale natura delle realtà sportive, dobbiamo scontrarci col fatto che chiuderle indistintamente senza una reale programmazione, studio strategico, planning sulle riaperture contingentate, significa negare alle persone una necessità, comparabile alla necessità per gli studenti di riprendere le attività scolastiche. Perché anche lo sport è educazione, questo non dobbiamo dimenticarcelo. Ed è per questo che è ragionevole pensare che lo sport, visto come necessità, è molto più sicuro svolgerlo all’interno di strutture gestite da associazioni e società che hanno l’obbligo di attenersi a protocolli specifici, piuttosto che aspettarsi lo svolgimento delle attività motorie in modo non controllato, per le strade e in posti che non sono né sicuri né monitorabili. Sarebbe molto più sensato e auspicabile aspettarsi misure che premino le associazioni virtuose che rispettano i protocolli e “penalizzare” quelle che non lo fanno, piuttosto che chiudere, senza cognizione di causa e negare a prescindere un diritto.

Ovviamente questo sottintende un reale impegno trasversale e senza colore politico, fuori da ogni concezione di ricerca di consenso, tra il macro e il micro, tra il Governo e le Regioni, tra le Regioni e i Sindaci. È molto importante che proprio i Sindaci, gli esponenti più vicini e diretti con le realtà sportive, si assumano con coraggio la responsabilità sia di garantire il diritto allo sport sia di muoversi affinché questo diritto sia garantito attraverso il rispetto delle misure da protocollo, muovendo l’apparato comunale con controlli, permessi di utilizzare spazi e beni comuni, piani strategici per contingentare la diffusione del virus senza dover necessariamente cessare tutte le attività sportive, trovando così la quadra tra il garantire un diritto fondamentale, controllare la diffusione del virus ed evitare la morte di tutte quelle associazioni che sono in forte difficoltà economica e che, se muoiono, lasciano i quartieri alla mercé dell’asocialità, della diseducazione sociale e civica. Sono in grado le nostre Sindache e i nostri Sindaci di tutto ciò? Speriamo di non dover solo sperare.