28 Ottobre 2021 - Lorenzo Natella - Sociale

Salario minimo e RdC: una prospettiva popolare

Tanto il braccio di ferro sulla riforma delle pensioni, quanto il dibattito sull’utilizzo dei percettori del Reddito di Cittadinanza da parte delle amministrazioni locali per operazioni di nettezza urbana, sembrano aver riacceso in questi giorni i riflettori del discorso pubblico sui rapporti tra salario, reddito e lavoro. La strategia del blocco padronale – compresi gli alleati politici e mediatici – è come sempre orientata a dividere il fronte dei lavoratori e delle lavoratrici lungo linee generazionali, di tipologia contrattuale o di fascia sociale, arrivando a criminalizzare anche le più timide azioni di solidarietà di classe della parte avversa. Mentre quest’ultima fa una fatica immensa a far sentire le proprie ragioni anche solo da un punto di vista della comunicazione politica. 

Recentemente la rete UP – Su la testa ha lanciato una campagna di mobilitazione sul salario minimo, collegandola fin dalle premesse anche al tema del RdC. La campagna parte da un assunto semplice e chiaro: tutte le persone, indipendentemente dalla propria situazione occupazionale, devono essere libere dalla povertà. In Italia più di 5 milioni di persone, pur lavorando, vivono sotto la soglia di povertà. Sono invece 3,5 milioni i lavoratori poveri, disoccupati e inoccupati che percepiscono il pur misero Reddito, grazie al quale hanno potuto alleviare in parte gli effetti di una condizione aggravata dalla crisi socio-sanitaria attuale. La campagna di UP chiede dunque un salario minimo di almeno 10 euro lordi l’ora, per tutte le forme di lavoro, e un potenziamento del RdC verso una maggiore inclusività. 

Nel presentare ufficialmente a Torino la campagna di UP sul salario minimo, Simone Fana ha spiegato come i concetti di salario e reddito oggi dividono in due la società italiana tra chi è sfruttato e chi è costretto a perdere il posto di lavoro per poi venire ogni giorno attaccato – perché sussidiato, perché un lavativo, un lazzarone – da parte di un blocco di interessi vasto che governa questo paese e l’ha governato per trent’anni. C’è una parte del mondo del lavoro che vive in un limbo di sottoccupazione e disoccupazione. Il nostro paese ha vissuto su questo esercito industriale di riserva, per cui l’impresa può utilizzare nelle fasi alte del ciclo i lavoratori poveri e senza diritti. Il Reddito è un grande strumento per poter dire di no, non si può lavorare per 5 euro l’ora o sotto forma di tirocini e stage, si deve lavorare con un contratto stabile e un salario sicuro. Non è un caso che il RdC oggi sia sotto attacco, perché attaccandolo si vogliono colpire i salari. 

Nel frattempo, come dicevamo, il dibattito mainstream sul RdC è dominato dalla retorica del suddetto blocco di potere. Perfino l’impianto originale del pensiero del M5S, riguardo un reale reddito di base, non è mai stato tradotto in realtà. L’attuale strumento introdotto dal governo Conte I è infatti una forma condizionata di reddito minimo garantito, poiché un vero Reddito di Cittadinanza dovrebbe essere sempre cumulabile con altri redditi e indipendente dall’attività lavorativa. Dall’altra parte c’è chi sostiene che l’attuale RdC vada ulteriormente riallacciato al lavoro, inteso come lavoro formale, cioè nelle forme riconosciute dallo Stato e regolate dal mercato “ufficiale”, comprese forme di volontariato forzato. Questa posizione – espressa plasticamente nella finanziaria 2022 del governo Draghi – non nasconde il suo carattere classista, secondo cui il povero è intrinsecamente nullafacente e perciò deve essere messo nelle condizioni di tornare a produrre seguendo le regole del mercato. In realtà le fasce più basse delle classi popolari sanno benissimo che il sistema è truccato per loro, perché li lascia fuori dal mercato per ragioni strutturali. Per questo gli ultimi e gli esclusi si inventano il proprio lavoro, il più delle volte senza le minime tutele.  

Il ribaltamento di paradigma, per uscire dal dibattito stantio sul RdC, sta proprio qui. I percettori del Reddito sono lavoratori e lavoratrici. Tutti e tutte. E’ quello che tocchiamo con mano ogni giorno nell’attività sui nostri quartieri, come organizzazioni popolari. Nell’affrontare la sfida alla crisi durante la pandemia, le nostre realtà sociali hanno avuto modo di conoscere ampi spaccati di vita quotidiana dei settori esclusi, il modo in cui si organizzano per portare a tavola un pasto per i propri figli. E indovinate un po’? Non abbiamo mai conosciuto persone che si grattano la pancia sul divano, come vuole la vulgata dei commentatori da talk-show che nei nostri quartieri non c’hanno mai messo piede. Non ci sono nullafacenti quaggiù, o meglio, ci sono nella stessa minima misura in cui esistono in ogni altra classe sociale. Non ci sono furbetti, ci sono lavoratori poveri e senza diritti. 

Una persona anziana che effettua piccoli lavori di sartoria, un disoccupato che si mette a fare riparazioni, i lavori di cura estetica effettuati in casa, il commercio su strada, la raccolta degli scarti di produzione, il supporto educativo informale. Un lavoratore di mezza età licenziato dall’azienda, che decide di rimanere a casa con un genitore anziano, sta facendo quello che si definisce lavoro di cura non retribuito. Eppure nel discorso pubblico viene considerato un nullafacente che prende il RdC invece di “andare a lavorare”. Lo stesso vale per milioni di donne che si curano di minori e anziani per il solo fatto di avere un ruolo imposto dalla società in tal senso. Sono lavoratrici, per le quali il discorso del reddito si innesta sul ruolo di genere: a dimostrazione di come la lotta femminista sia un architrave della battaglia di classe. Le giovani donne che nei giorni di lockdown ci hanno aiutato nelle raccolte davanti ai supermercati e nella confezione dei pacchi alimentari, hanno fatto un prezioso lavoro di cura comunitario e alcune di loro hanno continuato anche dopo. 

Tutte queste fattispecie, come migliaia di altre, rientrano nel caleidoscopio del lavoro reso informale dal mercato, e che, in alcune parti del mondo, proprio per togliere di mezzo questi epiteti classisti e imposti dal lessico dei dominatori, hanno iniziato a chiamare “economia popolare”. Questa può essere organizzata o meno, sindacalizzata o meno, spontanea o controllata da settori criminali, ma in ogni caso si tratta degli scarti fisiologici del sistema, una vera e propria economia residuale o “peri-capitalista” (…) una sfera economica sommersa, infra-produttiva, ma anche sottomessa al sistema capitalista (Grabois 2013). Quando l’economia popolare si organizza nascono bellissime esperienze di conflitto e ritorno a forme di lavoro tutelato, anche qui in Italia. Basti pensare al fenomeno delle fabbriche recuperate e autogestite, che sono anche una risposta dal basso alle delocalizzazioni. 

Oggi il RdC – proprio nella sua insufficienza – serve a molti di questi lavoratori informali per raggiungere livelli che si avvicinano a una soglia minima salariale. Allo stesso modo, come spiegano Marta Fana e Simone Fana in “Basta salari da fame”, l’introduzione di un salario minimo legale può rappresentare una prima chiave di volta su cui innescare le lotte future contro ogni forma di sfruttamento dentro e fuori i posti di lavoro, nonché l’apertura di un percorso d’uscita dalla sussistenza verso il lavoro riconosciuto e tutelato. Per questo le due questioni non possono essere scisse. Salario e Reddito devono far parte di un’unica prospettiva politica per la vita degna e ricondotti in una mobilitazione integrata contro sfruttamento, oppressione, precarietà lavorativa ed esistenziale.