28 Gennaio 2021 - Giulia Carletti - Territorio

“Dove ci vediamo? Ti do la mappa, decidi tu!”

Intervista a Claudio Gnessi presidente dell’Associazione per l’Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros

Nella precedente intervista a Cristina Alga abbiamo spiegato che cosa fanno e che cosa sono gli ecomusei e i musei di comunità. Come essi rappresentino un punto di rottura con la tradizione classica di collezione, conservazione e fruizione del patrimonio. Questo per tre motivi in particolare. 1. Hanno un approccio ecologico con il territorio nel quale sono immersi e prendono vita; 2. Si incentrano sulla nozione di patrimonio come bene diffuso e comune (materiale e non); 3. Sono naturalmente aperti alla popolazione locale, che si configura come un insieme di voci diversissime e con la voglia di farne parte, a volte gestendo essa stessa i progetti e gli spazi. Ma se prendiamo anche solo l’ultimo punto, vediamo come anche tra di loro, gli ecomusei differiscano nel farsi attivatori di comunità. Per questo introduciamo una realtà ecomuseale molto diversa, in cui i concetti di spazio e di sito fisici assumono un altro significato. Un significato che ci parla di noi stessi senza che ce ne accorgiamo, che ribalta la gerarchia “museo-visitatore”. Anzi, forse lo elimina proprio. E lo sostituisce con una metodologia precisa che dà luogo a processi di partecipazione collettiva nuovi, nati da attività di censimento del patrimonio diffuso e progetti di tutela ambientale, fino ad arrivare alla creazione di ben sei mappe di comunità. Come si creano tali processi? Come riescono a dare una risposta che si confronta faccia a faccia con le esigenze delle comunità? Abbiamo parlato con Claudio Gnessi, presidente dell’Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros.

Puoi darci una tua definizione di ecomuseo e dirci come è nato il progetto dell’Ecomuseo Casilino e che territorio copre? 

All’ecomuseo viene data questa accezione soprattutto in relazione alla sua relazione col territorio. Qui bisogna fare una prima differenza tra ecomuseo urbano e rurale, ma anche un’altra differenza, tra ecomusei delle aree esterne (città e città metropolitane) e aree interne (dei piccoli paesi). Gli ecomusei urbani molto spesso sono musei che hanno una serie di attività tipiche dei musei (ricerca, formazione, etc) semplicemente spostata al di fuori dello spazio museale, avvalendosi dell’ausilio dei cittadini. Tutta la parte relativa agli strumenti e ai dispositivi espositivi (cosa esporre, come esporre, come curarlo) viene fatta in parte dal comitato promotore di questi musei e in parte da un’organizzazione che si rapporta più orizzontalmente con le realtà locali. 

Il punto di vista dell’Ecomuseo Casilino è invece la completa cancellazione di ogni spazio chiuso. L’Ecomuseo Casilino è il territorio. Non abbiamo dei centri di interpretazione fissi, ma degli spazi di ricerca disseminati. La nostra sede storica era quella che condividevamo col comitato di quartiere di Tor Pignattara nella Scuola Pisacane, poi quello nello “Sportello della memoria”, dentro un sindacato pensionati, nel centro studi sulle migrazioni e in un’aula multimediale che si trova in un centro per rifugiati. L’idea generale è quella di costruire delle case di quartiere che vengono gestite dalle comunità locali e in cui l’ecomuseo abbia solo compiti di coordinamento. Questo perché l’obiettivo dell’Ecomuseo non è costringere il territorio entro uno spazio fisico, ma, al contrario, disseminare gli spazi nel territorio. Questo nostro punto di vista, abbastanza radicale, ha come risultato lo sradicamento della dinamica classica del mondo culturale italiano per cui esiste il “sito”. I nostri centri di interpretazione sono risorse culturali ma non “siti centrali”. La domanda spesso è sempre: “Vi vengo a trovare all’ecomuseo: dove ci vediamo?” “Dove vuoi! Ti do la mappa e decidi tu!”. 

L’ecomuseo Casilino copre un territorio che va da Porta Maggiore fino a Tor de’ Schiavi, dal Quadraro vecchio fino a Villa Gordiani, un territorio che rimarca più o meno il vecchio VI municipio, con l’aggiunta del Parco Archeologico di Centocelle e di qualche altro elemento in altri municipi (come il Mandrione). Ora qui c’era un’area verde, il comprensorio Casilino, che rischiava di essere decimato per quasi due terzi da un’attività di speculazione edilizia. Da qui è nata l’idea della fondazione dell’ecomuseo, che si sarebbe configurato come proposta alternativa di valorizzazione storica e archeologica di quell’area. Ma non ci siamo fermati lì: ne abbiamo evidenziato l’importanza che ricopriva in termini di relazione con tutti i quartieri. Questo è stato l’innesco. Successivamente ci siamo configurati principalmente come ente di ricerca sul territorio, che opera attraverso quei punti di vista scelti dalla comunità locale. Da qui gli esiti sono stati molteplici: produzione territoriale, visite guidate, restauro di monumenti, esposizioni di vario genere, dalla fotografia all’oggettistica. 

A Ciampino la mancanza di spazi pubblici è da tempo una battaglia politica: è qualcosa che si sente molto nella vita quotidiana. Per cui le nostre attività le abbiamo, per forza di cose, svolte sempre al di fuori di delimitazioni fisiche (purtroppo e per fortuna!)

Nel momento in cui nella pratica ci si relaziona con l’Ecomuseo, come entra in gioco la comunità nel riconoscersi come parte di un discorso culturale e sociale. Quando si discutono progetti, percorsi, attività, in che modo essa cessa di essere “visitatrice” e si fa proprio parte attiva, che gestisce e decide?

Non esiste la comunità come ente astratto e romantico – una derivazione di stampo americano che è molto in voga ultimamente – ma esistono tante comunità, imperniate attorno a dei gruppi di interesse diversificati. Le comunità locali sono persone che entrano nell’ecomuseo nel momento in cui sono convenute nell’atto di partecipazione (studenti, famiglie, insegnanti, lavoratori, pensionati, migranti…). Queste persone, nel primo momento in cui si condividono gli obiettivi, diventano sostenitori del comitato promotore dell’ecomuseo nei confronti dell’amministrazione. Ecco che quindi le comunità intervengono a tutti i livelli: il primo, fondamentale, è quello di chi promuove il progetto, che si presuppone vivere quel territorio. In un secondo momento si coinvolge la comunità convenuta più larga che si può, attraverso assemblee, laboratori di partecipazione nei luoghi frequentati dalle persone (anche nei bar, nelle piazze…): in questa fase si forniscono prima di tutto i punti di vista secondo cui quella comunità legge il territorio. Punti di vista che poi vengono analizzati dal comitato che ne identifica luoghi e risorse. A questo punto entra di nuovo in gioco – discutendo sul senso da dare agli elementi individuati – per poi, alla fine, definirsi come primo nucleo. Un nucleo che nella pratica è necessariamente operativo, in quanto va a posizionarsi all’interno della costruzione della narrazione.

Questi processi sono stati intrapresi sia con i progetti di Street Art sia con la ricerca storica, ma anche nelle visite guidate di archeologia. Nel caso dell’Acquedotto Alessandrino, di cui nel 2007 noi organizzammo le prime esplorazioni, come prima cosa veniva raccontata l’archeologia. Ora invece parliamo anche di quello che ha voluto raccontarci chi vi ha lavorato, per esempio, come manutentore… e così ogni volta aumentiamo le cose da dire su un determinato elemento, diventando così portavoce di una narrazione collettiva e diversificata. C’è quindi una modalità in cui la figura del facilitatore, fondamentale, fonde più punti di vista, e questo fa sì che le visite guidate diventino altre cose e siano sempre in trasformazione. La narrazione su un’opera è essa stessa patrimonio culturale: metterlo su un libro vuol dire catalogarlo e offrirlo alle generazioni successive, come generare una narrazione orale. La visita guidata quindi smette di essere uno “zoo-safari” di periferia e diventa finalmente un’operazione maieutica, operazione di creazione di nuova conoscenza e nuovo significato. E in generale un ecomuseo lavora sempre su questi quattro piani: ricerca (quindi cataloga), racconta, pianifica e sviluppa.

E qui forse si vede come le forme di gestione partecipata si differenziano dagli interventi di civismo puro, spesso guidati da un’idea discutibile di decoro urbano, e che a volte rischiano di limitarsi a “gestire” piuttosto che a trasformare il territorio e la sua interpretazione alla luce di chi lo vive. Mi ha fatto anche venire in mente che in realtà gli ecomusei rimettono in gioco la tradizione antichissima del racconto orale, qualcosa che facciamo storicamente da sempre come cultura. E’ uno dei modi per eliminare quell’aura che spesso la “cultura” si costruisce intorno. Nel caso per esempio degli interventi di arte pubblica, pensi che questa distanza tra comunità di riferimento e progetto artistico nei territori (non solo di periferia urbana!) sia ancora troppo presente o stia man mano perdendo di valore? 

Credo che quello che manca oggi siano proprio i soggetti facilitatori. Se intendiamo con “cultura” quella nata già come questione di élite – come sono tra l’altro nate le grandi collezioni museali – da una parte… menomale!: è giusto non delegare indifferenziatamente la scelta su ciò che deve o non deve stare in un museo. Quello che manca, però, è la negoziazione! E’ estremamente necessario negoziare ogni singolo elemento tra emittente e fruitore. Quando parliamo di arte pubblica, essa deve essere sempre l’esito di un’attività di abilitazione locale. Nel progetto di Tellas a Villa Gordiani noi abbiamo fatto un’attività di tre mesi: con assemblee, artisti, location, ricevuto critiche, passaggi successivi. Il murales è infatti anche l’esito delle visite guidate stesse. Sono tutti processi di mediazione.

Per rispondere alla domanda, oggi purtroppo non è cambiato nulla. Esiste una pratica artistica su spazio pubblico che viaggia in solitario fregandosene del luogo: le cosiddette “operazioni site-specific”, in cui l’artista realizza le opere pensate apposta per quel luogo. In questi casi ci si deve sempre chiedere: chi è questo o quell’artista per poter pensare ad un’operazione del genere? Si deve quindi parlare di operazione site-embedded, un’operazione per cui quando si progetta un’opera d’arte questa non deve essere “calata” su un muro o su una piazza per poi stabilire delle relazioni. Un’opera deve essere il frutto di quelle relazioni che ho creato: a quel punto diventa parte del paesaggio, e non un elemento del paesaggio. Quando si va a fare un discorso sui regolamenti comunali per l’arte pubblica, non è vera la storia che si rischia di “imbrigliare la creatività”, come dicono alcuni: nel momento in cui si definisce un perimetro prodotto da un ente che è stato votato dai cittadini, si crea un perimetro di negoziazione. In questo modo risulta anche più facile per il soggetto opera artisticamente avere delle direzioni su cui intavolare delle discussioni con le comunità locali e creare delle relazioni dalle quali può nascere un’opera di arte pubblica, senza doversele inventare ogni volta. 

Nel momento poi in cui l’Ecomuseo incontra le comunità, entra in gioco anche quel senso di consapevolezza che si sta vivendo una carenza di risposta culturale? Proprio perché non relega la cultura a semplice evasione e intrattenimento, ma la aggancia fortemente alla vita, ai rapporti sociali, personali, al viversi una socialità diversa perché basata su esigenze “immateriali” … l’Ecomuseo riesce forse più di altre realtà culturali ad intercettare questa consapevolezza che ci sia altro da rivendicare, che ovviamente non può prescindere dai diritti fondamentali di chi non arriva a fine mese, e che, allo stesso tempo, dobbiamo riconoscerci?

Da una parte l’attività di progettazione partecipata vuol dire rilevare un tema specifico che riguarda un ambito che coinvolge esperti, amministrazione, partecipate. Per non rischiare di mescolare i piani – dai diritti fondamentali a quelli più “culturali” – si devono sempre aprire diversi task operativi e suddividere gli ambiti di discussione. A Centocelle, per esempio, da una libera assemblea si sono poi diramati diversi ambiti di azione, e da lì diverse comunità di riferimento che piano piano hanno elaborato piani diversificati per l’amministrazione. D’altra parte, però, l’ecomuseo riesce a lavorare quando stabilisce che la cultura è anche una rivendicazione di un diritto. Se è consapevole che un determinato territorio è in una situazione di degrado urbano e di abbandono perché non ne è sufficientemente considerato il valore, a quel punto si può aprire una prospettiva di dialogo e di negoziazione completamente diversa. La cultura diventa un grimaldello con cui si iniziano a considerare i cittadini come abitanti di un territorio importante, in cui, nel caso per esempio di una rivendicazione di uno spazio pubblico in dismissione, si esercitano i diritti alla partecipazione, alla cultura, all’aggregazione, alla lettura, alla democrazia. Altro è andare a intercettare le persone che non arrivano a fine mese, che potrebbero non essere direttamente legate all’idea che l’ecomuseo possa essere qualcosa di importante, ragionando sul loro terreno e, attraverso facilitatori, portarli a ragionare sul fatto che quello che loro stanno vivendo è frutto di una negazione di quegli elementi che sono fondanti di quell’ecomuseo. La cultura deve essere una leva sulla quale fare rivendicazioni sulle questioni dei diritti di tutti.

Immagine di copertina da: Schema d’Assetto Generale “Anello Verde” dell’Ecomuseo Casilino https://www.ecomuseocasilino.it/2020/12/10/sag-anello-verde-alcune-considerazioni/