21 Settembre 2022 - Lorenzo Natella - Territorio

L’incubo autodemolitori a Ciampino. Fuori dal Raccordo ci abita gente!

La comunità di Ciampino, appena le voci hanno iniziato a circolare su giornali e tg, ha rigettato in modo compatto l’ipotesi del trasferimento degli autodemolitori di viale Palmiro Togliatti verso il terreno dove sorgeva il campo rom la Barbuta. Un’area che per anni è stata segnata dal fenomeno dei roghi tossici – un biocidio criminale che non è mai stato nemmeno scalfito – e che oggi si ritroverebbe ad ospitare l’ennesima bomba ecologica. Un’area non adatta, per le stesse ragioni che Officine Civiche ha denunciato nel caso delle famiglie costrette a vivere nel ghetto etnico e delle comunità residenti intorno ad esso, sotto il perenne ricatto delle mafie dell’incenerimento illegale di rifiuti RAEE e scarti dell’edilizia. La decisione di stabilire qui gli autodemolitori “legali” di Centocelle arriva dopo il terribile incendio che ha coinvolto alcuni di essi lo scorso 9 luglio, provocando una colonna di fumo nero che – ironia della sorte – il vento aveva spostato proprio su Ciampino, attraverso Torre Spaccata e Cinecittà, oscurando il cielo sul finire del pomeriggio. 

Sappiamo da più fonti che gli enti preposti starebbero cercando siti idonei allo spostamento degli “sfasciacarrozze” romani in zone industriali fuori dal Grande Raccordo Anulare. L’area della Barbuta non risulta essere una zona industriale, per cui non sappiamo ancora per certo la reale ubicazione che verrà decisa per tutte o alcune di queste attività. Intanto la nostra solidarietà è incondizionata con le battaglie di cittadini/e e lavoratori che chiedono il trasferimento degli autodemolitori lontano dalle zone abitate di viale Togliatti. L’invito alle Istituzioni capitoline, metropolitane e regionali, semmai è quello di non focalizzare solo i “centri abitati” che stanno dentro Roma. Ubicare una fonte inquinante ai confini esterni della Capitale spesso significa produrre un impatto negativo per molte delle comunità del periurbano. Fuori dal Raccordo ci abita gente. 

C’è una periferia oltre la periferia che viene sistematicamente ignorata da chi ne dovrebbe rappresentare gli interessi. Il destino politico del Sindaco metropolitano, ad esempio, non dipende da queste comunità. Gualtieri, come Raggi prima di lui, non è stato eletto in Provincia ma ha ampi poteri decisionali su di essa. Dove vengono dunque scaricati la maggior parte dei problemi ambientali di Roma, se non fuori Roma? E’ così che si creano territori di serie B, come accade per le frazioni rurali di Albano e Ardea coinvolte dalle politiche dei rifiuti capitoline che puntano a realizzare qui discariche e inceneritori. Lo stesso accade a Ciampino, un territorio già abituato a fare i conti con fonti inquinanti “romane”, a partire dall’aeroporto internazionale G.B. Pastine. 

Si tratta di politiche capitaliste di tipo estrattivo, perpetrate da un potere economico che vede nei territori periurbani (a metà strada tra città e aree interne) una risorsa da depredare in virtù della loro ubicazione geografica. Il potere politico viene messo nella condizione di autoconservarsi amministrando le pratiche del grande privato sul territorio. La posizione fisica degli hinterland fa molta gola e il suolo è la dimensione ultima di questo fenomeno predatorio. Il fatto che Ciampino sia il comune con la più alta percentuale di suolo consumato in tutto il Lazio (dati ISPRA) dimostra plasticamente l’importanza di quel suolo, ubicato in quel preciso luogo, con quel tipo di servizi e di direttrici di trasporto pensate dallo stesso sistema economico. Tante piccole “vie della seta” per aria, ferro, acqua e asfalto, lungo le quali, man mano che ci si avvicina al grande centro urbano, iniziano a sorgere i luoghi dello scarto del processo di produzione e consumo: discariche, sfasci, depositi giudiziari, inceneritori. E ovviamente baraccopoli per gli scarti umani. Fuori dal Raccordo ci abita gente che vive e lavora nei retrobottega degli sfavillanti aeroporti, centri commerciali, catene di ristorazione. I nostri quartieri sono letteralmente questo. 

Tutto ciò provoca una zonizzazione sociale del periurbano, laddove chi può permetterselo si trasferisce in quartieri più salubri, di solito in aree collinari, dove fisicamente i “fumi” degli scarti capitalistici arrivano meno, siano essi prodotti da un incendio illegale o dagli scarichi di un fast-food h24. Stiamo tornando ad avere una pianura povera e insalubre, com’era nella provincia laziale di inizio novecento, con la differenza che la malaria del nostro secolo è artificiale, legata alla produzione post-industriale e non a quella del mondo contadino. L’unica speranza di invertire la rotta passa per un potere pubblico forte, capace di governare i processi del territorio nell’interesse delle comunità e non delle oligarchie privatistiche. Un potere pubblico sovrano che non esisterà mai senza la pressione di quelle stesse comunità, il loro dissenso di fronte ai continui tentativi di imporre un modello socialmente ed ecologicamente insostenibile. La prova che giustizia ambientale e sociale sono strettamente connesse passa da qui. L’alterazione climatica che provoca disastri sui nostri territori, nasce in questi stessi territori. Insubordinarsi non è un vezzo, non è sindrome nimby, ma una strategia di sopravvivenza locale e globale, una battaglia di dignità.  
Fuori dal Raccordo ci abita gente che non sempre è disposta a stare in silenzio.